Trascorsa una giornata passata fra lezioni e manuali scolastici, giunge finalmente il momento per un’ora d’aria. Cosa fare? Di certo mettersi di nuovo davanti a un libro non è un’idea poi così allettante. Tuttavia l’insegnamento scolastico della letteratura dovrebbe spronare proprio a ciò. Mi piacerebbe iniziare da queste parole:

Quando […] si ascoltano conversazioni che hanno come tema la lettura (non lo studio) di un libro (non di un manuale) e si colgono lampi di passione e di intelligenza, possiamo mentalmente complimentarci con gli insegnanti che hanno saputo compiere tale miracolo. A questo punto, infatti, i migliori maestri diventano gli stessi ragazzi, proprio perché il confronto che si instaura con le parole dei libri si intreccia con l’amicizia e diventa incomparabilmente più formativo di lezioni tecniche e di manuali che contemplano tutto tranne il vero segreto della lettura, che è poi la forza magica che si instaura tra testo e lettore a partire da un patto di reciproco scambio, da un muto linguaggio che avvicina.

Serena Fornasiero, Silvana Tamiozzo GoldmannLeggere. Come capire, studiare, apprezzare un testo, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 28-29

Nel passo appena proposto si sottolineano due aspetti importanti della lettura: discutere di letteratura, in particolar modo coi propri coetanei, è un’esperienza altamente formativa e le figure che possono innescare questo processo sono gli insegnanti. Questo la dice lunga su quanto il luogo ideale per coltivare questo rapporto sia la scuola e — perché no? — l’ora di lezione. Ma come renderla proficua, tra programma da seguire e voti da assegnare?

Imparare è comunicare

Una scuola-laboratorio e una scuola-redazione: con queste associazioni Silvia Filosi definisce un possibile stadio evolutivo della lezione di letteratura. La classe, dice Filosi, è l’unico gruppo di lavoro che l’insegnante ha a portata di mano per attuare la vocazione della scuola a essere «relazione e lavoro condiviso». Rendere un’ora di lezione un laboratorio consente di sperimentare le dinamiche del lavoro di gruppo, che coinvolgono gli aspetti fondamentali di tutte le relazioni umane, quali il discutere, lo scegliere, l’organizzarsi, il rispondere del proprio operato, e permettono di «spostare, di tanto in tanto, l’attenzione dal cosa al come, dal risultato al processo» (Filosi 2013, 30) perché l’insegnante non valuta un prodotto finito ma stimola una creazione. Naturalmente per questo tipo di esperienza si rende quasi imprescindibile l’utilizzo della tecnologia, che rende immediata e agevole la condivisione della produzione scritta degli alunni e offre occasioni per rendere gli studenti protagonisti della loro scrittura: l’uso di forum di istituto o blog di scrittura o di lettori è un’opportunità che può essere sfruttata. E qui entra in gioco la scuola-redazione. Ciò che spesso non è chiaro è che la scrittura è una modalità di espressione molto funzionale (fatto che, a mio parere, viene sempre maggiormente ignorato nonostante sia un uso popolare sciacquarsi la bocca parlando di importanza della libertà espressiva dei ragazzi e dei giovani che crescono, ovvero gli “adulti di domani”). A questo proposito Filosi afferma:

Mi piacerebbe trasmettere ai miei studenti questa idea: la scrittura è interessante per chi la fa e utile per chi la riceve; con la scrittura si crea, si esprime, si dona, si condivide.[…] gli studenti possono vedersi ed essere visti; sperimentano come la buona scrittura nasca sempre da un’effettiva volontà di comunicare, dalla necessità di es-primere; capiscono che il significato ha bisogno di un significante.

Silvia FilosiImparare è comunicare, in Cosa insegnare a scuola, Trento, Editore provincia autonoma di Trento, 2003, p. 31

Questa sensibilità è impossibile da interiorizzare qualora non si possa mai sperimentare in quanto la pubblicazione di un proprio scritto (che sia una recensione, un ipertesto, un articolo) significhi mettersi in prima fila, esporsi e rivelarsi a chi legge.

E la letteratura? Filosi sostiene che gli studenti oggi spesso presentano delle difficoltà nel comprendere un brano di antologia e sia, per questo motivo, necessario avere una percezione del contesto, tanto storico e biografico quanto dell’intera opera, ritenendo opportuno quindi incoraggiare maggiormente le letture integrali. Perché allora laboratorio di scrittura e non di lettura? Perché grazie alla scrittura si può comprendere cosa significhi essere ascoltati e quindi anche ascoltare; da qui può scaturire lo scambio di opinioni personali e il dialogo, elementi fondamentali da saper padroneggiare.

Cosa fare (e non fare) nell’ora di italiano: dove tagliare

Claudio Giunta va dritto al sodo: di tempo ce n’è sempre meno, quindi è necessario rivedere le priorità perché:

Studiare bene la letteratura a scuola non significa ‘farsi un'infarinatura di tutto’, o ‘non avere buchi nella preparazione’, o ‘assimilare il canone’; significa imparare a leggere libri di ogni sorta e avere voglia di leggerne altri.

Claudio GiuntaE se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 103

C’è bisogno di realismo, secondo Giunta, perché leggere scrittura saggistica e scrivere molto e leggere le opere integrali sono nobili intenti ma sono verosimilmente poco attuabili. Si pensi all’insegnamento di Dante: la lettura integrale dei canti della Commedia, suddividendo le tre cantiche negli ultimi tre anni di scuola, è una prassi che ha circa 130 anni. Non si parla qui solo di questione di tempo, ma soprattutto della consapevolezza che non si dovrebbe insegnare in un certo modo solo perché chi lo fa attualmente desidera rimanere fedele al metodo di insegnamento che gli è stato impartito quando a propria volta era tra i banchi di scuola. Allo stesso modo, Giunta afferma che sia indispensabile rivedere il numero degli autori studiati e come questi vengono affrontati: la storia letteraria necessita di uno snellimento, perché deve aiutare a comprendere il testo e non creare un eccessivo apparato. Solo in questo modo è possibile cimentarsi nei testi, anche se in minor quantità, in modo ragionato e completo, ponendo il focus sul testo e sul suo messaggio.

U.F.O.-libro

Ciò che emerge da queste considerazioni è un disperato bisogno di intimo contatto con il testo, che, tuttavia, pare venga sempre meno con il variare delle generazioni:

Sono cambiate le modalità percettive, sono cambiati i paradigmi, sono scomparsi, ad esempio, i cosiddetti tempi morti, il tempo nel quale ci muoviamo è sempre più irreale, ma in tutto questo turbinio di rivolgimenti è bene non farsi ingannare dalle apparenze: il tempo che oggi richiedono la lettura e la comprensione di un testo non è sostanzialmente cambiato rispetto a un secolo fa.

Serena Fornasiero, Silvana Tamiozzo GoldmannLeggere. Come capire, studiare, apprezzare un testo, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 36

Quindi cos’è cambiato? Partendo dall’idea di Luperini, che sostiene che «capire un testo vuol dire aprire un dialogo con lui, non assimilarlo a noi» (Fornasiero, Tamiozzo Goldmann 1999, 36), si potrebbe ipotizzare che ad avere un ruolo importante nel favorire il disinteresse per la lettura sia l’accentuato egocentrismo tipico della realtà virtuale, che ad oggi occupa larghe fette della quotidianità (non di rado prevalendo sull’esperienza del mondo concreto). Penso pertanto che sia importante puntualizzare una questione: il ragazzo nativo digitale che predilige i videogiochi e i social network alle letture, più che essere fautore di una scelta consapevole, è vittima della propria autoreferenzialità, che non gli consente di prendere in considerazione nuovi stimoli. In altre parole, se non è un’istituzione educativa a rendere l’oggetto-libro affascinante, come può un ragazzino che non ha sperimentato la lettura consapevole nella sua esperienza iniziare improvvisamente a godere di questo frutto proibito? Il silenzio del libro chiuso davanti al solipsismo dettato dalla povertà interiore non può essere rotto dalle parole scritte al suo interno.

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