Teoria e forme del testo digitale

Michelangelo Zaccarello (a cura di)
Roma, Carocci, 2019, pp. 232
€ 24,00 (copertina flessibile)

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Progressisti contro conservatori, innovatori contro tradizionalisti. L’atteggiamento della comunità di fronte ad una qualsiasi novitas sembra da sempre orientarsi in modo bipartito: chi tende ad accogliere il mutamento sottolineandone i pregi e chi, invece, manifesta un atteggiamento scettico, evidenziando i rischi che si celerebbero dietro ad un sovvertimento dello status quo.

Il cambio di paradigma prodotto dall’avvento del mezzo digitale nel mondo delle discipline umanistiche sembra aver frammentato allo stesso modo non solo la comunità scientifica ed accademica, ma anche romanzieri, poeti e semplici lettori. In questo contesto Michelangelo Zaccarello, professore ordinario di Filologia della letteratura italiana all’Università degli Studi di Pisa, si pone con l’atteggiamento prudente di chi analizza analiticamente i pro ed i contro di questa rivoluzione con la prospettiva di giungere ad una conclusione costruttiva in grado di risolvere ogni estremismo. Il suo volume Teoria e forme del testo digitale, edito da Carocci nel 2019, comprende dieci elaborati dei maggiori esperti nel campo dell’editorial theory e della textual scholarship nella traduzione italiana a cura di Greta Mazzaggio, preceduti da un contributo inedito dello stesso autore e seguiti da una postfazione di Wayne Storey. L’ordine non casuale con cui i saggi si collocano all’interno del volume permette un agile viaggio attraverso quelli che, secondo Zaccarello, sono alcuni dei temi meno noti della testualità digitale. Essi non concernono solamente argomenti propri della filologia, dell’ecdotica e della critica testuale, ma coinvolgono anche il mondo del diritto e dell’economia.

Luvisotto Zaccarello

Copyright, edizioni sociali e testi born digital

Il lettore interessato a quest’ultimo settore potrà trovare degli spunti interessanti nel sesto capitolo, in cui Maurizio Borghi e Stavroula Karapapa riflettono sul tema dell’immissione nel mondo analogico di opere coperte da copyright senza alcuna autorizzazione da parte degli aventi diritto, operazione che si lega tuttalpiù al nome di Google Books, che «è e resta una iniziativa a scopo di lucro» (2019, 99). Il saggio, poi, giunge a delineare un quadro senz’altro preoccupante sulla libertà dell’utente in relazione al rischio di un monopolio nell’accesso al sapere esercitato da aziende sempre più grandi e potenti: quali potrebbero essere le estreme conseguenze nell’affidare il nostro patrimonio culturale, per secoli tenuto più o meno al sicuro all’interno di strutture predisposte (archivi e biblioteche), a nuovi soggetti i cui scopi sono sostanzialmente commerciali?

Come estremo opposto a questa forma di privilegio elitario si colloca quella che Peter Robinson chiama “ecdotica sociale”, il cui scopo è quello di dar vita a “edizioni sociali” prodotte da una comunità di soci nello spazio collaborativo della piattaforma web. Sebbene sia lodevole l’ideologia “democratica” che si pone alla base di tali progetti, la loro maggiore debolezza riguarda la totale mancanza della componente decisionale che, solitamente, è legata proprio all’autorevolezza dell’autore.

L’atmosfera parrebbe nuovamente rabbuiarsi nei contribuiti di Diana Kichut e Paul Conway alla lettura dei quali dovrebbe cimentarsi qualsiasi studioso, ricercatore o studente. Il tema è proprio quello della possibile scarsa qualità e accuratezza dei file di testo provenienti dalla conversione elettronica di immagini attraverso software di riconoscimento caratteri (OCR, Optical Character Recognition) collocati all’interno degli archivi o biblioteche digitali. La constatazione di tale rischio non porta, però, a forme di puro scetticismo o astensione del giudizio: ad una ben strutturata pars destruens, infatti, segue una fiduciosa pars costruens. Mentre la prima studiosa conclude il saggio con l’auspicio di una fruttuosa collaborazione tra tecnologia e uomo, affinché correttori di bozze umani possano ridurre il tasso di errore dai file di testo, Paul Conway parla della sfida del progetto condotto da Besiki Stvila, ossia la «creazione di uno strumento efficiente di revisione di specifici volumi e la valutazione di questi ultimi in termini di maggiore o minore presenza di errori di rilievo» (2019, 194).

Un’ulteriore curiosa ed interessante indagine condotta da Mattew Kirshenbaum riguarda l’impatto della videoscrittura sugli scrittori contemporanei, spettatori e attori forse inconsapevoli di una rivoluzione simile a quella che investì gli autori nel periodo di passaggio dal codice manoscritto alla stampa, per approdare poi all’utilizzo della macchina da scrivere. Il bisogno del riconoscimento di una “storia letteraria della videoscrittura” si dovrà imporre, prima o poi, al pubblico di specialisti che dovranno «partire […] dal complesso scenario odierno di scritture (e riscritture), in cui il testo si distorce e trasforma nei passaggi mediali che caratterizzano quasi ogni fase del processo di composizione e pubblicazione» (2019, 94).

Wordcloud Zaccarello

Tra tradizione e innovazione: il ruolo della filologia

L’ampio spettro di temi si risolve in una struttura coerente ed omogenea il cui perno si può individuare nel problema della conservazione, accessibilità e fruizione del nostro patrimonio librario. Il volume, quindi, non lascia di certo insoddisfatto l’umanista (digitale e non), soprattutto nei primi capitoli. Susan Hockey e Paul Eggert, nello specifico, si interessano delle problematiche legate alla codifica testuale in relazione alla Text Encoding Initiative (TEI). Entrambi gli studiosi sottolineano l’incapacità di tale sistema di markup, che richiede documenti sintatticamente definiti come una gerarchia ordinata di contenuti e si rivela in parte deficitario nella rappresentazione di testi complessi quali sono quelli letterari, in cui elementi diversi si sovrappongono. La constatazione di tale limite, però, non si traduce in alcun tipo di sconforto, ma in proposte concrete di miglioramento.

Il volume si apre e si chiude, in una sorta di struttura ad anello, con il nome di Jerome McGann, grande pioniere delle digital humanities. I suoi contribuiti fanno appello a temi chiave non solo dell’ambiente digitale, ma anche della filologia senza appellativi. Nel primo capitolo lo studioso mette in dubbio lo statuto di validità dell’ultima volontà d’autore come parametro di scelta del curatore nell’edizione di testi moderni a stampa. Tale conclusione deriva dall’analisi di alcuni casi specifici, tra cui quello di Windsor Poetics di Lord Byron, che raccoglie una serie di scritti nati per una circolazione manoscritta e privata. È però nel decimo e ultimo capitolo che sembra rivelarsi quello che parrebbe il fine ultimo dell’intero volume di Zaccarello, ossia l’auspicio di un ritorno alla filologia come sapere rivolto alla conservazione della memoria.

Il punto cruciale è che la cura filologica continua ad essere applicata anche quando si riconosce che il valore di quanto si conserva non sarà "mai più" ricostruito. Questo "mai più" è importantissimo: per il filologo, i materiali primari sono conservati perché la loro stessa esistenza attesta che un tempo essi possedevano un valore […]. Per il filologo, i morti e le tracce della loro memoria sono preziosi e onorevoli di per sé stessi […]. Questa è la conoscenza alla quale è consacrata la scienza filologica: si tratta – credo – del fondamento sul quale tutte le scienze umane devono radicarsi.

Jerome McGannTeoria e forme del testo digitale, a cura di Michelangelo Zaccarello, Roma, Carocci, 2019, p. 207

 

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