Nel Novecento l’unica concezione del lavoro possibile era quella fordista: sicurezza in cambio di obbedienza. Ma il Novecento è finito, molte cose sono cambiate, alcune lo hanno fatto radicalmente, e tra queste ultime c’è il lavoro. E se la concezione del lavoro fordista non va più bene per questo nuovo paradigma lavorativo, ci sono delle concezioni del lavoro altrettanto nuove e rinnovate che possano sostituirla? Se sì, quali sono? Se no, riusciamo ad immaginarle? Queste sono le premesse da cui muove Giovanni Mari in Libertà nel lavoro. La sfida della rivoluzione digitale, allo scopo di interrogarsi su che cosa sia davvero il lavoro oggi e quali siano il suo significato e il suo ruolo per l’individuo e per la società.

La smart factory e il lavoro nuovo

Ma perché il lavoro di oggi è così diverso da quello del secolo scorso? Il primo motivo è che non ci sono più una distinzione e una contrapposizione così nette tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che invece nel Novecento erano date assolutamente per scontate. Il secondo motivo lo avete sicuramente incontrato in qualche articolo di giornale o servizio televisivo con il nome di smart factory o industry 4.0: la digitalizzazione del lavoro. Con questa espressione non si intende solo l’introduzione di innovazioni tecnologiche dirompenti e già di per sé radicalmente trasformative dell’ambiente e dei processi lavorativi, come robotica, intelligenza artificiale, big data, Internet of Things, ma proprio una concezione nuova di quell’ambiente e di quei processi che hanno al centro il rapporto di collaborazione tra l’uomo e la macchina. E in questo sistema di interconnessioni fluide, con uomini che devono collaborare con altri uomini, e macchine con altre macchine, e uomini e macchine tra di loro, emerge, prepotente, un tema: la comunicazione.

Il lavoro come linguaggio

Questo è il passaggio in cui la riflessione di Mari diventa una dissertazione squisitamente filosofica. La sua tesi è che in un sistema in cui tutto è informazione, e in cui qualsiasi tipo di relazione e interazione è una forma di comunicazione, il lavoro è un atto linguistico. Non pensate a grammatica, retorica, dialettica, alle arti liberali dell’età classica; quello che intende Mari è che in un contesto in cui tutto è comunicazione, tra il dire e il fare c’è sempre meno differenza, ed esprimere a parole un’idea assomiglia sempre di più alla sua realizzazione nel mondo. Pensate a come funziona un linguaggio di programmazione: sapere come dire a una macchina cosa fare (di solito anche come farlo, ma con l’intelligenza artificiale si va sempre di più nella direzione di dire alla macchina solo cosa fare) di fatto vuol dire saper fare quella cosa, saper conseguire quel risultato nella realtà.

Autorealizzazione e libertà

Se l’automazione del lavoro del Novecento aveva l’obiettivo di produrre di più, meglio, in meno tempo e usando meno risorse possibili, la digitalizzazione del lavoro ha l’obiettivo dichiarato di rendere il lavoro creativo, autonomo e responsabile: in una parola, libero. Ma il lavoratore di oggi si sente davvero così diverso da quello di ieri? Ingranaggio di una macchina di cui non condivide, o neanche conosce, lo scopo, alienato da un’attività eseguita per ottenere un risultato fattualmente invisibile, o comunque così lontano nel tempo o nello spazio da essere invisibile almeno per lui? Cosa è diventato o cosa può diventare il lavoro per noi come individui e membri di una società, fatti di bisogni e desideri, relazioni e leggi?

Secondo Mari la digitalizzazione del lavoro ha tutte le potenzialità per mettere in crisi la concezione novecentesca del lavoro, e in particolare del lavoro subalterno, tradizionalmente manuale, secondo cui si lavorava per necessità e per dovere, e tutto il resto, dalla definizione della propria identità alla propria realizzazione personale, andava cercato in altri ambiti della propria vita; non lavorare, nel senso di non avere bisogno di lavorare, sembrava ancora essere la prospettiva più dignitosa. Al contrario, un contesto in cui l’uomo non è uno strumento come un altro, ma un soggetto attivo, autonomo e responsabile, in costante relazione e comunicazione con il resto del sistema, e in cui la realizzazione di un risultato non può prescindere da coscienza e conoscenza, pensiero e parola, è un contesto in cui soddisfazione e crescita personale, identificazione e autorealizzazione possono trovare un proprio spazio e un proprio significato, in cui l’uomo smette di chiedere il diritto a un lavoro qualsiasi e comincia a chiederne uno in cui possa esprimersi autenticamente.

A Mari va il merito di aver approcciato una materia complessa e attuale, avendo usato i metodi della filosofia non come meri artifici retorici, ma come autentici strumenti di indagine e riflessione sulla realtà, per chiedersi se il lavoro del presente sia etico o meno e domandandosi, se non lo è, perché non lo sia ancora, per capire cosa possiamo fare affinché lo diventi in futuro, oltre a provare a darci qualche cauta ma ottimistica risposta.

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