All’università di Stanford, tradizione vuole che, se uno studente si specializza nelle discipline umanistiche è un fuzzy; se si specializza in quelle scientifiche e tecnologiche, invece, è un techie. La maggioranza ritiene che il mondo del futuro appartenga a questi ultimi e che la rivoluzione digitale abbia relegato nell’inutilità gli umanisti: troppo inadeguate le loro competenze per affrontare le sfide che verranno. Ma è un pensiero cui si oppone Scott Hartley, che, in The fuzzy and the techie, mostra non solo come gli umanisti potranno dare il loro contributo innovativo, ma come lo stiano già facendo.

Essere fuzzy nella Silicon Valley

La sua non è una voce qualunque. Hartley ha fatto carriera in quello che l’opinione comune ritiene il covo dei techie: la Silicon Valley. Il suo è un curriculum vario e di alto profilo: ha lavorato per Google e Facebook, è stato ricercatore per l’università di Harvard, consulente alla Casa Bianca in qualità di Presidential Innovation Fellow ed è tornato nella Silicon Valley come venture capitalist a Sand Hill Road. Sorprenderà molti sapere che Hartley ha cominciato una carriera così brillante con in mano una laurea in Political Science – un titolo da fuzzy, in America. L’idea di Hartley è che i fuzzy abbiano molto da offrire nei pionieristici settori lavorativi creati dalle innovazioni tecnologiche: dalle analisi dei Big Data alle possibilità offerte dalla semplificazione dei meccanismi di programmazione, dall’elaborazione di algoritmi sofisticati all’etica tecnologica, il contributo umano e umanistico non è secondario.

De viris illustribus

La Silicon Valley, insomma, non disdegna alcun contributo. Per dimostrare come questa non sia una tendenza ideale ma una realtà, Hartley, che ha uno sguardo sul futuro a breve-medio termine, ma descrive anche un presente concreto, adotta la vecchia (addirittura antica) tecnica dell’exemplum. L’autore si fa praedicator 2.0, adotta l’argomento fattuale come sostegno logico portante e presenta una lunga serie di casi tratti dal repertorio dei successi professionali e imprenditoriali (principalmente del mondo anglosassone).

L’andamento di The fuzzy and the techie in questo modo non è appesantito da eccessivi dati numerici e statistiche, che potrebbero supportare con rigore la sua tesi,  È l’essere umano il punto e sono le persone, le loro vite, le loro esperienze l’oggetto dell’indagine di Hartley. Ci si lascia incuriosire e affascinare da personaggi come il padre dello stesso autore, il quale viene citato perché, all’età di settantuno anni, ha imparato a programmare e ha costruito un’applicazione con l’aiuto di un informatico indiano ingaggiato su una piattaforma di liberi professionisti; oppure come Andreas Xenachis che, nato in Romania ed emigrato negli Stati Uniti, si arruolò nella marina e sventò una crisi militare nel Sud-Est Asiatico abbinando un po’ di umano buon senso e di esperienza personale agli inconfutabili segnali offerti dalle macchine e dalle Intelligenze Artificiali.

E in Italia?

La prospettiva americanocentrica fa sì che nascano spontanee alcune domande che riguardano l’Europa e l’Italia in particolare, dove le dinamiche che regolano il sistema del lavoro sono ben diverse. Alcune osservazioni si possono fare sulla formazione differente offerta dalle università italiane. Lo stesso corso di Political Science in cui si è specializzato Hartley a Stanford non ha alcun corrispettivo da noi: si tratta di una laurea che interseca discipline che in Italia sarebbero rigidamente delimitate, includendo economia, filosofia, sociologia, giurisprudenza, antropologia. I fuzzy americani non sarebbero, dunque, speculari ai loro corrispettivi italiani e si presenterebbero con un profilo differente sul mercato del lavoro. Ma anche in Italia stanno crescendo le facoltà con corsi “misti”, che accolgono contributi da scienze diverse: garantiranno forse lo stesso successo che hanno i laureati d’Oltreoceano? La risposta andrebbe data in punta di piedi anche dopo una attenta valutazione dei fattori in gioco. Ma, approssimativamente, le condizioni in cui qualsiasi laureato (non solo nelle discipline umanistiche) entra nel mondo del lavoro in Italia sono svantaggiose, ed è un eufemismo.

A mio parere, ciò che  in Italia rende utopico il mondo descritto da Scott Hartley è l’arretratezza e l’insensatezza del dibattito sul rapporto tra le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Di solito queste frecciate sollevano un polverone che si deposita, dopo discussioni sterili e confuse, in pochi giorni. Parlare a vanvera della scuola è una pratica comunque già molto diffusa in questo Paese. Da sola, l’istruzione italiana si sobbarca il peso di questo dibattito, che raramente si spinge ad abbracciare anche il molto più problematico mondo del lavoro: rigido, obsoleto, ottuso, poco propenso ad assimilare la mentalità imprenditoriale che nella Silicon Valley permette successi come quelli descritti in The fuzzy and the techie.

Le due culture

Il nume tutelare della filosofia di Scott Hartley è Charles Percy Snow, scienziato e scrittore inglese morto quarant’anni fa, che, nel suo saggio Le due culture del 1963 denunciava i rischi della crescente  recessione degli ambiti umanistico e scientifico e proponeva un loro riavvicinamento, a colmare un abisso che sarebbe stato dannoso (come si è alla fin fine verificato) per la società occidentale.

Hartley condivide la soluzione di Snow e dedica il capitolo finale del suo libro alle opportunità che le collaborazioni tra i due saperi offrono nell’affrontare le sfide globali e locali di un futuro sempre più complesso e problematico. Lungi dall’improntare la questione alla maniera del “fuzzy-contro-techie” – come siamo abituati a fare in Italia –  Scott Hartley ha scritto un libro forse eccessivamente ottimista e limitato agli Stati Uniti, fuori dalla sua portata un’analisi di più ampio spettro, ma certo stimolante e di quesiti sottotraccia cui abbiamo il compito di rispondere, non per ricadere nel vecchio vizio di scagliare anatemi contro l’una o l’altra cultura, ma per collaborare e creare insieme un’idea nuova di futuro.

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