L’emergenza sanitaria dell’ultimo periodo ha messo a dura prova vari comparti dell’economia e della società. Tra questi, il settore culturale e, in particolare, quello museale pubblico e privato, non è stato meno toccato di altri, anzi. Infatti, nonostante la legge n. 182 del 12 novembre 2015 avesse previsto di eleggere la tutela, la fruizione e la valorizzazione del patrimonio culturale tra i livelli essenziali delle prestazioni, la storia recente ha dimostrato come questo non sia stato rispettato e che a una (forse) necessaria chiusura dei musei, non è seguita da parte delle istituzioni preposte l’attuazione di un sistema unico e integrato capace di rispondere uniformemente alle diverse esigenze comunicative dei vari istituti, generando così enormi discrepanze tra i più e i meno avvezzi alla comunicazione digitale, oltre che tra i più e i meno pronti a generarne una in breve tempo.

Un altro problema che ha messo in difficoltà il comparto culturale è stato quello del pubblico che, già prima del lockdown, affollava in maniera disomogenea gli spazi culturali anche a causa di una diversa qualità delle collezioni esposte o quantomeno della presenza di opere più o meno pop. Il pubblico dei musei, questi ultimi votati sempre più a una necessaria condizione turistica d’azienda e meno al modello educativo e di studio, è esso stesso disomogeneo e soprattutto consta di un gran numero di persone vogliose di visitare il museo in presenza e di poche disposte a seguire approfondimenti, visite virtuali o podcast. Infine, si è notata una sostanziale impreparazione di molte strutture museali alla comunicazione digitale di qualità: alcune vi hanno rinunciato prima di cominciare, altre spesso molto famose non sono state in grado di presentare prodotti della giusta qualità per un pubblico differenziato, fosse questo meramente turistico o costituito anche da esperti. In altri casi, invece, si sono svelate alcune sorprese con istituti che hanno confermato una linea di modernizzazione della comunicazione già avviata diversi anni fa.

Dati e casi della comunicazione digitale di alcuni musei italiani ed europei

Dal momento che ancora molti musei risultano chiusi al pubblico e altri hanno riaperto le porte da pochissimo, la valutazione sugli effetti della comunicazione digitale da parte delle istituzioni museali è ancora in fieri. Nonostante ciò, sono già consultabili alcuni importanti studi che hanno cercato di gettare uno sguardo e di quantificare l’impatto, spesso traumatico, tra i musei e la comunicazione digitale. Significativi a tal proposito sembrano essere i dati elaborati dall’Osservatorio Culturale del Piemonte, in collaborazione con Abbonamento Musei Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta e il Politecnico di Torino e presentati su ArtLab. L’indagine si è svolta dall’8 al 31 maggio 2020 su un campione di 3600 persone, di cui il 91% abbonati ai musei di Piemonte, Lombardia e Valle d’Aosta, quindi dell’area certamente più colpita dalla recente emergenza sanitaria. Lo studio condotto è stato illuminante, nonostante il pubblico di abbonati fosse già di per maggiormente interessato al mondo museale rispetto a un più generico pubblico di fruitori. L’unico dato effettivamente positivo è stato quello sulla penetrazione dell’informazione digitale, dal momento che 6 persone su 10 conoscevano le diverse proposte digitali dei vari musei, benché all’atto della fruizione delle stesse il numero cala a 4 unità su 10. Straordinariamente il pubblico maggiormente reattivo è stato quello dei più grandi, mentre tra gli under 25 la conoscenza delle possibilità di fruizione digitale dei musei si è rivelata nettamente più bassa. In generale il pubblico che si è avvalso di contenuti digitali degli enti museali del nord-ovest si è ritenuto notevolmente soddisfatto delle iniziative e sarebbe disposto a continuare a fruire di contenuti digitali, anche a pagamento.

Se da una parte il pubblico sembra rispondere abbastanza bene, benché sia evidente dai dati un gap comunicativo via social, al contempo la situazione interna alle singole istituzioni museali appare disastrosa se si considerano le infinite possibilità per un’attenta comunicazione digitale che la nostra epoca offre. Dal grafico sopra si evince che ben il 33% circa delle istituzioni culturali prese in esame non si è dotata di alcuna forma di fruizione digitale delle proprie collezioni, mentre negli altri casi la maggior parte di queste ha provveduto a rilanciare materiale già realizzato in precedenza con poca innovazione del prodotto culturale offerto.

In Italia, comunque, si sono visti in questo difficile periodo anche alcuni casi virtuosi di comunicazione digitale di alta qualità e soprattutto votata a una partecipazione spesso non solo passiva del pubblico. Tra questi si annoverano la “passeggiata con il direttore”  del Museo Egizio di Torino, di cui abbiamo già parlato in un articolo precedente, la bella gestione social, soprattutto Instagram dell’Accademia Carrara di Bergamo o l’iniziativa “Cosmo digitale” adottata dal Castello di Rivoli che, come fa notare Maria Elena Colombo in un recente contributo su Artribune, ha sottolineato come il museo sia regolarmente aperto, considerando la sezione digitale come una sede vera e propria delle proprie collezioni.

In Europa la reazione è stata diversa. I musei, soprattutto quelli più grandi, ma anche comunità culturali diversificate avevano già adottato tecniche di comunicazione digitali e social di buon livello e ne hanno dato ulteriore conferma alla prova del lockdown. Un caso per tutti: particolarmente esemplare è stata l’iniziativa Stay at home museum promossa dai musei delle Fiandre, dove direttori e curatori si sono fatti guide d’eccezione delle loro collezioni museali e i cui video (riguardanti diverse istituzioni culturali) sono stati riuniti in un unico contenitore digitale tradotto in diverse lingue, facilmente raggiungibile e intuitivo nella navigazione.

Esigenza passeggera o necessità contemporanea?

Come si è visto, se in Europa l’esigenza di un’attenta e professionale comunicazione digitale fosse già ritenuta una priorità prima della recente emergenza e se il lockdown sia stato solo unulteriore prova di consolidata reattività ai contemporanei metodi di comunicazione, in Italia la situazione è ben diversa e sembra che ancora si fatichi, nella maggior parte dei casi, a ritenere fondante l’esperienza di comunicazione digitale per il sostentamento sia economico che culturale di un’istituzione museale. Qualora volessimo trovare un aspetto positivo in questo spiacevole periodo storico da un punto di vista dei musei italiani, senza dubbio sarebbe quello di aver dato uno scossone alla comunicazione culturale del Bel Paese. A tal proposito, gli studi citati precedentemente ma anche quelli effettuati dal MIBACT, mostrano quantomeno un’attenzione crescente a un fenomeno quello della comunicazione digitale e social ritenuto per troppo tempo migliorativo ma non essenziale, quando invece da esso, ad oggi, possono dipendere le sorti di vita dell’istituzione culturale stessa. Quindi, ben venga questa nuova consapevolezza nella speranza di ritrovarci presto una rete capillare di informazione digitale relativa anche ai musei italiani chiamati a riconoscere nella comunicazione digitale di qualità (e con questo intendo un modello moderato tra la promozione turistica e l’interesse scientifico) una necessità contemporanea, un modo non solo per essere al pari degli altri ma finanche per generare sana competitività d’informazione culturale.

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