Come è stato discusso in alcuni degli articoli precedenti, le discipline umanistiche hanno gradualmente perso il loro “splendore”, il loro appeal e il loro successo, processo che è stato indubbiamente incoraggiato dai persistenti e continui tagli ai finanziamenti e agli investimenti che da tempo sono stati dirottati in altri campi. Nonostante ciò, ogni anno i diplomati delle scuole superiori dimostrano ancora oggi un interesse per le discipline umanistiche, sfidando la scelta di perseguire una laurea e una carriera in questo campo, a prescindere dallo stigma e dagli stereotipi legati a tale percorso. Tuttavia, sembra che gli studenti, le istituzioni e i datori di lavoro siano sempre più interessati al fatto che le discipline umanistiche siano pertinenti in una società moderna, basata principalmente sulla tecnologia. Di conseguenza, gli studenti sono più coinvolti in attività extracurriculari che forniscono loro competenze trasferibili, non legate alla loro laurea ma adatte a un ambiente di lavoro.

Inoltre – e qui veniamo al fulcro dell’articolo – sempre più istituzioni di istruzione superiore hanno iniziato a introdurre diversi moduli interdisciplinari e corsi di laurea congiunti con l’obiettivo di “portare le discipline umanistiche nel 21° secolo” e di collegarle a diversi campi di studio, in particolare alle cosiddette hard sciences.

L’approccio interdisciplinare

Il concetto di lavoro interdisciplinare nell’Higher Learning e, più specificamente, nelle Humanities non è del tutto nuovo e, di fatto, fa parte del dibattito sull’educazione da decenni. Innumerevoli studiosi hanno elogiato a lungo questa pratica, descrivendola come l’unico percorso attraverso il quale un allievo può acquisire una comprensione più ampia e meno restrittiva non solo di una materia, ma anche di come questa materia interagisce con altri campi.

James Jacob – facendo eco alle affermazioni di Gregor Slavicek – descrive correttamente l’approccio interdisciplinare nel suo lavoro Interdisciplinary Trends in Higher Education:

Gli approcci disciplinari dell'istruzione superiore spesso tendono a concentrarsi solo su un insieme di alberi all'interno di una grande foresta. Mentre gli esperti disciplinari sono essenziali per comprendere particolari modi di conoscere all'interno di specifici campi di studio, le loro prospettive nell'affrontare questioni più grandi e complesse sono spesso limitate. Gli approcci interdisciplinari hanno una visione molto più ampia dell'intero paesaggio, prima rilevando la foresta e poi attingendo a vari alberi-esperti a seconda delle esigenze, dei contesti e delle circostanze.

James JacobInterdisciplinary Trends in Higher Education, Palgrave Communications, 2015.

Anche Walter Kaufmann ha discusso a lungo l’argomento nella sua monografia The Future of the Humanities, arrivando a definire quella che sarà l’“era interdisciplinare” (1977, p. 184). Sebbene sia stata scritta nel 1977, il testo e le opinioni dell’autore suonano ancora vere, dal momento che molti critici e studiosi ancora oggi si battono per la realizzazione di opportunità e ricerche più interdisciplinari.

Alcune istituzioni, come la London Interdisciplinary School e l’Interdisciplinary Studies Centre dell’Università dell’Essex, sono addirittura nate da questa esigenza di innovazione e modernizzazione. Ma questo è solo un nuovo ramo delle scienze umanistiche, o è invece il primo passo verso un cambiamento radicale, che vedrà la maggior parte delle discipline abbandonare la propria individualità e abbracciare più interazioni tra le materie?

Stéphanie Walsh Matthews sulla necessità e i benefici del lavoro interdisciplinare.

Moduli interdisciplinari nella pratica

L’Università di Newcastle è una delle tante istituzioni che partecipano a questo cambiamento, fornendo ai suoi studenti una varietà di opportunità di sviluppo interdisciplinare. Il più notevole tra questi è l’Interdisciplinary Philosophy Project. Nonostante sia più conosciuto dagli studenti di filosofia, il progetto autogestito dura un anno per i laureandi in tutte e tre le fasi del loro corso di laurea, e gli studenti sono incoraggiati a selezionare una specifica area filosofica e ad affrontarla in combinazione con una materia o un campo a loro scelta. Durante l’anno viene insegnato loro a costruire progetti di ricerca complessi e ad interagire con diversi ambiti, alcuni dei quali hanno poco in comune con la filosofia, e sebbene il progetto faccia parte del curriculum dello studente di filosofia, la collaborazione con gli studenti che partecipano ad altri corsi di laurea è consigliata e raccomandata. Attraverso il progetto gli studenti sono in grado di interagire con diverse tecniche di ricerca, fonti e codici di pratica, cercando in ultima analisi di ricollegarli alla filosofia.

Per quanto il progetto possa essere impegnativo, i risultati continuano ad essere sorprendenti, sia gli studenti che il personale lodano il progetto e le competenze trasferibili che vengono acquisite durante il suo completamento. Allo stesso modo, diverse altre scuole e facoltà di altre università hanno introdotto moduli semestrali interdisciplinari, specificamente mirati ad evidenziare le connessioni tra le diverse aree di studio, concentrandosi in particolare sulle possibili associazioni tra il campo umanistico e quello medico e tecnologico. L’obiettivo finale è quello di fornire agli studenti una gamma più ampia e diversificata di conoscenze, che comprenda teorie, metodi di ricerca e modelli sia nel campo delle arti che in quello delle scienze.

Campus universitario di Newcastle.

Corsi interdisciplinari o Università interdisciplinari?

Ma questo è sufficiente? Con un numero sempre maggiore di studenti che scelgono di abbandonare le discipline umanistiche per conseguire una seconda laurea o un Master, i corsi interdisciplinari già introdotti sono sufficienti a soddisfare le esigenze sempre crescenti del mondo moderno? Zahir Irani (2018), scrivendo sull’argomento, ha scelto di concentrarsi sulla struttura universitaria, considerando in particolare il modo in cui l’istituzione coerente e duratura dei dipartimenti potrebbe ostacolare l’evoluzione dell’istituzione, e ritenendoli responsabili di dare priorità alla struttura rispetto alla cooperazione. Propone invece che, piuttosto che concentrarsi sull’inserimento di moduli interdisciplinari, le università dovrebbero subire un completo cambiamento strutturale: un cambiamento che vedrebbe la creazione di un’istituzione interdisciplinare incentrata sull’interazione tra diversi campi. Come già detto in precedenza, alcune istituzioni hanno già sviluppato dipartimenti separati interamente rivolti a portare avanti e a fornire corsi di laurea congiunti e studi interdisciplinari, ma il divario tra le facoltà esistenti continua a persistere, inibendo la fertilizzazione incrociata tra i diversi campi educativi, aiutata da quello che Slavicek (2012) definisce come il modo di pensare globale e divisorio tipico degli esseri umani.

Riflessioni finali

Se da un lato può sembrare ovvio ad alcuni che il futuro delle scienze umane si basi sul loro potenziale di sviluppo interdisciplinare, dall’altro la portata di tale sviluppo e le forme che potrebbe assumere non sono ancora definite. I corsi devono cambiare? Si dovrebbero creare più progetti interdisciplinari? Oppure le università e le istituzioni stesse dovrebbero abbattere gli attuali confini tra i campi e creare un nuovo modello interdisciplinare? Forse sarebbe opportuno un mix dei due sistemi, con facoltà dedicate e corsi indipendenti volti a fornire agli studenti diverse tipologie di opportunità di apprendimento interdisciplinare, adattate non solo a campi di ricerca collegati, ma anche alle esigenze individuali degli studenti.

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