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New perspectives

for public humanities

Una giornata internazionale di studi che si terrà a Venezia a dicembre 2020 sul tema delle "public humanities" e della fuoriuscita delle discipline umanistiche dalle cerchie del dibattito accademico. L'accettazione di proposte si è chiusa venerdì 10 luglio 2020.

PRESENTAZIONE

Il network internazionale Humanities for Change, in sintonia con lo spirito interdisciplinare e con l’approccio contaminatorio che caratterizzano le sue attività, intende organizzare una giornata di studi internazionale sul tema delle ‘public humanities’.

L’incontro si propone di stimolare alcune riflessioni provenienti da diversi campi del sapere e di incentivare il dialogo tra ricercatori in merito alle possibilità di fuoriuscita delle discipline umanistiche dalle cerchie dell’ambiente accademico. In questo senso, costituisce oggetto precipuo di studio l’analisi delle metodologie e degli strumenti relativi alle pratiche di disseminazione del sapere per le discipline storiche, artistiche e filologico-letterarie.
Particolare attenzione verrà riservata anche alle nuove figure professionali collegate ai percorsi di laurea delle facoltà umanistiche (come il ‘public historian’) e alle interazioni di tali figure professionali con i nuovi mezzi di comunicazione e divulgazione di massa.
Chi

Dottorandi, dottori di ricerca e ricercatori afferenti ad istituzioni italiane e straniere

Dove

Venezia (la sede designata sarà resa nota nel corso dei prossimi mesi) e online su YouTube

Quando

La giornata di studi si terrà giovedì 3 dicembre 2020

Scadenza invio proposte

Il termine dell’invio delle proposte di partecipazione è venerdì 10 luglio 2020 (nuova scadenza)

TEMATICHE

La dimensione pubblica delle discipline umanistiche si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni in settori diversi. Uno di questi è quello storico, che ha visto l’affermazione della ‘digital public history’ in un contesto esterno all’accademia, per andare fin da subito oltre la classe e immergersi nel mondo reale. In particolare, la ‘public history’ si sviluppa negli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 e risponde sia alla necessità degli storici di impiegare al di fuori delle università la loro formazione, sia alle esigenze di un pubblico non specialistico che desidera vivere e conoscere la storia oltre i canali tradizionali, superando così l’autoreferenzialità delle élite e rivolgendosi soprattutto ai non esperti (https://humanitiesforchange.org/2020/03/13/un-nuovo-orizzonte-per-la-storia/). A questo proposito, è capitale il ruolo del digitale che apre le porte al vasto pubblico garantendo la massima circolazione e fruibilità del sapere. Verrà pertanto data voce in questa sede ai contributi che, con spirito analogo a quello che la ‘public history’ insegna, promuovono la condivisione del sapere e la piena accessibilità alle fonti.

Nel contesto italiano e internazionale, ad esempio, alcuni progetti di ‘digital public history’ riguardano le memorie digitali condivise, e sono legate in particolare al Novecento. È il caso di “Memoro”, la banca della memoria, un progetto no-profit internazionale nato nel 2007 e implementabile dagli utenti che raccoglie i ricordi delle persone nate prima del 1950 attraverso racconti audio e video, in modo da ricostruire la piccola e grande storia. Un altro esempio è dato dalle “Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana”, nato anch’esso nel 2007, che raccoglie materiale documentale proveniente dai fondi archivistici dell’Istituto per il Movimento di Liberazione in Italia e viene continuamente ampliato dagli utenti. Ancora: l’“Archivio degli Iblei”, che nasce nel 2013, si configura come un archivio virtuale partecipato dove i cittadini sono chiamati ad ampliare l’archivio con risorse online per promuovere il patrimonio storico-culturale dell’area iblea attraverso il concetto di cittadinanza attiva.
Nel mondo dell’arte, l’attuale situazione di emergenza sanitaria legata al diffondersi del fenomeno virale Covid-19 ha fatto emergere in maniera evidente l’importanza delle risorse digitali per musei o gallerie. Ora più che mai, d’altra parte, in un momento in cui la mobilità è stata ridotta a situazioni di estrema necessità e i musei sono stati costretti alla chiusura, è emerso il problema del ‘digital divide’: se prima il digitale appariva quasi un elemento accessorio che il museo o la galleria poteva vantare, adesso si è rivelato uno strumento indispensabile per garantire al pubblico almeno un accesso da remoto alle collezioni. L’online è infatti sempre più necessario per raggiungere i contenuti artistici: nascono le ‘virtual rooms’, come quelle presentate tramite un ‘telepresence robot dall’Hastings Contemporary museum in Inghilterra, oppure le lezioni di arte via web, come nel caso dell’artista Martin Morris, il quale presenta e produce le sue opere d’arte in diretta. In questa sezione si accoglieranno i contributi per una riflessione sulle modalità di diffusione su larga scala dell’opera artistica, anche con attenzione ai contenuti digitali nel mondo dell’arte e alle istanze di natura didattica o al ruolo dei ‘social network’.
Il digitale può sostituire un’opera d’arte reale? Dal momento che solo le grandi istituzioni museali dispongono di risorse sufficienti per sfruttare le potenzialità del digitale, quanto potere acquisiranno giganti come Google? Per converso, quale sarà il destino dei musei più piccoli che a Google dovranno necessariamente appoggiarsi, nella definizione dei confini del mondo dell’arte? In questo contesto è opportuno tenere in considerazione le teorie di Bordieu e di Becker in riferimento alla creazione del valore artistico e del significato culturale. Il digitale ha tolto all’arte il suo compito di spazio sociale collettivo? L’esperienza digitale è un’esperienza mutila? Il pubblico è vitale per la sopravvivenza di un museo, ma adesso si deve ripensare a una riorganizzazione per la fruizione a distanza: quanti musei sono riusciti, ad esempio, affrontare la pandemia? Potrà essere una valida soluzione ai problemi di mobilità e di sostenibilità ambientale (pensando ai viaggi e ai problemi legati al surriscaldamento globale)?
La fuoriuscita dei contenuti dalle aule scolastiche e accademiche risulta forse più difficile per quanto pertiene l’ambito letterario. I contributi di questa sezione possono sondare le dinamiche sociologiche di diffusione e ricezione di specifiche opere o generi letterari al di fuori dell’ambito accademico. Alcuni esempi sul primo versante riguardano le rivisitazioni in chiave ‘pop’ di testi letterari che fanno parte del canone della letteratura italiana e/o mondiale, come ad esempio attraverso le arti performative, la riduzione cinematografica, il ‘graphic novel’… Nel secondo caso, invece, può essere preso in considerazione un determinato generale, come la poesia o il giallo, per tracciare un quadro della sua diffusione al di fuori dell’ambito prettamente accademico. Si pensi a questo proposito al ‘Movimento per l’Emancipazione della Poesia’ (MeP) o ad esperienze consimili che coinvolgono le nuove tecnologie di comunicazione digitale e i ‘social network’. La sezione può includere anche riflessioni di natura teorica che sostengano l’importanza del retaggio umanistico nella realtà quotidiana studiando come, ad esempio, i mitologemi possano gettare luce per la comprensione di tematiche fondamentali della contemporaneità come l’immigrazione o l’ecologia.

Da ultimo, si accettano contributi che evidenzino le potenzialità dell’ambiente digitale come canale di comunicazione privilegiato per un ampliamento esponenziale del pubblico. L’esempio più immediato è quello delle ‘digital scholarly editions’ su cui discorrono Tiziana Mancinelli ed Elena Pierazzo in “Che cos’è un’edizione scientifica digitale” (Roma, Carocci, 2020), ma è d’obbligo ricordare anche l’impresa di Google Books, che ha scansionato e digitalizzato più di venticinque milioni di libri, rinunciando alla correzione manuale del materiale scantinato e dunque proponendo testi sì liberamente accessibili a chiunque, ma purtroppo spesso scorretti. A sopperire questo problema vi sono iniziative di ‘public engagement’ e ‘crowdsourcing’ (ovvero recluta di un pubblico volontario per la trascrizione del testo da digitalizzare), come ad esempio quella del “The Medici Archive Project”, un istituto americano con sede a Firenze, il cui scopo è la creazione di edizioni digitali dei documenti d’archivio della famiglia Medici. Ma la trascrizione richiede competenze linguistiche e paleografiche non indifferenti: possiamo sempre fidarci di un pubblico non indifferenziato di cui non conosciamo le competenze? Quali potranno essere le soluzioni più adatte per conciliare filologia, digitale ed etica?

LUOGO DI SVOLGIMENTO

L’incontro si svolgerà giovedì 3 dicembre 2020 a Venezia e sarà trasmesso in streaming su YouTube. La sede designata sarà resa nota nel corso dei prossimi mesi.

Il comitato organizzativo si premurerà di selezionare i contributi e di comunicare agli interessati l’accettazione o meno della proposta d’intervento. La richiesta di partecipazione implica l’impegno a partecipare alla giornata di studi.

I relatori residenti in Italia dovranno recarsi fisicamente nel luogo dell’incontro, a meno di particolari restrizioni di carattere sanitario che limitino gli spostamenti: in tal caso, è sufficiente la disponibilità in video-collegamento. Le eventuali spese di spostamento e/o pernottamento sono a carico dei partecipanti.
Gli studiosi residenti all’estero che sono impossibilitati a raggiungere la città lagunare potranno esporre il loro intervento in modalità telematica.
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MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE

La giornata di studi si rivolge a dottorandi, dottori di ricerca e ricercatori afferenti ad istituzioni italiane e straniere.

Gli interessati sono invitati a presentare una proposta d’intervento al link https://bit.ly/HFC-INT-2020 entro e non oltre venerdì 10 luglio 2020. Ciascuna proposta dovrà recare:

  • nome, cognome, indirizzo di posta elettronica e affiliazione accademica;
  • una breve nota bio-bibliografica (max. 1.000 caratteri spazi inclusi);
  • un breve abstract dell’intervento corredato di titolo provvisorio (max. 1.500 caratteri spazi inclusi).

Si accettano interventi nelle seguenti lingue: italiano e inglese.

La durata prevista di ciascuna relazione è di 20 minuti circa. È prevista la pubblicazione degli atti del convegno.

Gli atti di “Intersections. New perspectives for public humanities” (HFC-INT 2020) saranno pubblicati sulla rivista Humanities for Change o su un’altra rivista scientifica attualmente in fase di scelta. Si prega di notare che tutti i contenuti saranno pubblicati in formato open-access.

COMITATO ORGANIZZATIVO

Marco Sartor

Dottorando in Scienze filologico-letterarie, storico-filosofiche e artistiche all’Università di Parma

Francesco Venturini

Studente di Filosofia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Paola La Barbera

Ricercatrice non strutturata laureata in Scienze dell’antichità: letterature, storia e archeologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Irene Mamprin

Studentessa del Master di I livello in Digital Humanities all’Università Ca’ Foscari di Venezia

SPONSOR

L’evento è organizzato dal network internazionale Humanities for Change, con sede a Verona, ed è patrocinato dal Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH) dell’Università Ca’ Foscari Venezia.

CONTATTI

Tutte le domande relative ai contributi possono essere inviate via e-mail a intersections@humanitiesforchange.org.