La nostra storia è fatta in gran parte di lotte per i territori, per gli spazi e per i confini. È fatta di separazioni, e separare, si sa, è compito delle mura. Eretto, magari anche distrutto e ricostruito ex novo, ogni muro ha segnato non solo un luogo o una frontiera, circoscrivendo la comunità che abita all’interno, ma anche un’epoca. Tucidide ha raccontato delle Lunghe Mura di Atene, noi stessi abbiamo conosciuto il muro di Berlino, quello in Cisgiordania che separa Palestinesi e Israeliani, quello fra Stati Uniti e Messico – da qualche settimana vediamo perfino un muro che a Washington cinge la Casa Bianca. Poi, però, c’è anche chi attraverso – letteralmente “attraverso” – lo stesso muro al confine fra Stati Uniti e Messico costruisce altalene che provano a ricongiungere chi sta al di qua da chi è rimasto al di là (l’installazione è denominata “Teeter-Totter Wall“). E poi ci sono muri che più direttamente, ed esattamente al contrario dei precedenti, uniscono: muri d’arte e muri di parole, come lo erano in fondo anche quelli degli uomini primitivi e come lo sono i muri dei murales. Tra questi, ci sono i muri di un’associazione culturale nota come La Biddina. 

Nel comune agrigentino di Grotte, ufficialmente dal 2017, La Biddina ha iniziato quasi sottovoce a parlare di arte, o meglio a parlare tramite l’arte, servendosi di muri anonimi e consacrandoli a carta bianca per artisti. I muri hanno preso vita e oggi gridano, con le loro immagini, nuovi messaggi. Così, l’associazione ha (ri)dato all’arte il suo spazio nella trama di un tessuto sociale complesso e spesso controverso, servendosi degli spazi urbani e militando per la loro rigenerazione. Ma partiamo dall’inizio.

La nascita: si parte davvero da “zero”?

Sì, si parte da zero. Un’associazione culturale (delle cui aporie relative alla costituzione giuridica tratta efficacemente Balocchini, 2012) esiste come tale solo dal momento in cui viene effettuata la sua registrazione ufficiale presso l’Agenzia delle Entrate. L’atto garantisce alla neonata associazione le tutele sul nome e sull’azione. Da qui, la vita dell’associazione parte.

Eppure per partire, se davvero si vuole partire – se davvero si crede che le nostre azioni possano incidere almeno su una piccola parte del mondo e che con esse si possa ricavare una finestra su quanto è stato spesso dimenticato o occultato – bisogna essere pronti. Capisco, parlando con i fondatori de La Biddina, che prima di giungere alla fondazione della loro associazione è occorso aver maturato un sentimento preciso e preliminare: la coscienza che è necessario far parlare (e gridare, se serve) dell’arte, del posto che stava per perdere nelle nostre vite, quindi anche nelle nostre città. Forse, non si parte proprio da zero.

Ascolto i fondatori e capisco meglio. La fondazione ufficiale di un’associazione è solo la fine di un percorso già da tempo avviato: l’autenticazione ottenuta dall’Agenzia delle Entrate consiste concretamente nella redazione di un atto costitutivo e nella registrazione di uno statuto che attesta l’esistenza legale dell’associazione. Tuttavia autenticazione non vuol dire auto-identificazione. Quest’ultima nasce molto prima, già nel momento in cui gli aspiranti soci fondatori scelgono di impegnarsi insieme per trovare i mezzi e i metodi affinché, in nome di un ideale preciso, possa essere raggiunto uno scopo socialmente e culturalmente utile. Prima che il progetto si concretizzi nella forma di un corpo associativo riconosciuto agli occhi della legge, è necessario quindi un cammino di maturazione, di sviluppo personale, che per essere portato sul campo deve avvenire anzitutto nella coscienza degli iniziatori. Bisogna, dunque, essere disposti a crederci e, nel caso, anche a perderci. Sulla base di queste (e solo di queste) condizioni, il gruppo di membri può ufficialmente darsi un nome e definirsi “associazione culturale” davanti alla legge. Questa presa di coscienza, questa auto-identificazione appunto, serve perché, mi dicono, in un’associazione culturale che milita per la rivalutazione del territorio attraverso le forme dell’arte è necessario conoscersi e conoscere dunque la propria storia, il proprio patrimonio, la propria identità, prima di trasmetterli agli altri. È quindi utile, proseguono, «raccontarci a noi stessi, per raccontarci agli altri». Con muri d’arte, La Biddina parla del territorio e ridà vigore a un patrimonio culturale locale a rischio oblio, rimettendolo nelle mani di artisti.

«La Biddina fa muri» (ma non solo)

Gli artisti vengono chiamati a dipingere un muro e ogni muro diventa il portavoce di una storia. Una di queste storie è quella del progetto “Transumanze”, che ha accolto il muralista Gutan, oppure Ruce con la videomaker Giniusa, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle conseguenze culturali delle micro-migrazioni dai piccoli paesi verso le grandi città. L’associazione ha ospitato a Grotte i due artisti che si sono serviti di muri desueti del centro storico per parlare di uno spopolamento che ha provocato la perdita di tradizioni e di memoria, e che ha favorito un generale depauperamento del patrimonio culturale del piccolo centro. In opposta tendenza a questo fenomeno, le opere d’arte dei due artisti hanno quindi ripopolato spazi urbani abbandonati e ne hanno rivalutato l’identità, restituendogli la possibilità di ritornare a essere vissuti di nuovo come punti di riferimento cittadini.

Gutan, Matriline. Social Weaving, 2019. Murals, Caves (AG).
Ruce, Pinseru, 2019. Murals, Caves (AG).

Altri muri, quelli su cui ha operato l’ospite Poki, artista del progetto “Systema Naturae” (dall’omonima opera di Carlo Linneo), raccontano un’altra storia. In collaborazione con l’orto botanico di Catania e il circolo ricreativo di design territoriale “Avaja”, Poki compie uno studio preliminare sulla flora e sulla fauna locali, per poi allestire giardini in cui fioriscono specie autoctone, riportandone la raffigurazione grafica sul muro che di fatto diviene una “enciclopedia botanica”. Non solo: dei muri l’artista si serve anche per installare nidi artificiali, atti ad ospitare specie ornitologiche in fuga. Lo scopo è quello di preservare il patrimonio naturale locale e di conservarne la caratteristica tipizzante del luogo.

Poki (untitled), 2019. Murals, Caves (AG).

Il principio che sottende a ognuna di queste azioni è quello di ridare valore a un patrimonio che subisce una progressiva svalutazione e che rischia l’indifferenza di chi ne dispone, l’occultamento quasi involontario in un momento in cui alle arti, alle storie o alle letterature che caratterizzano la nostra identità riconosciamo un peso sempre minore. In questo, pur conscia che «per costruire il presente ci vuole tanto coraggio», La Biddina ha scelto di muoversi nel e per il tessuto sociale attuale, servendosi dell’arte urbana per rigenerare il territorio. E allora ripensare al ruolo delle arti, delle storie e delle letterature diventa un impegno che un’associazione culturale può assumere per migliorare il presente di tutti nella vita di ogni giorno. Diventa un impegno cercare quel workplace for Humanities, e un muro che, la storia insegna, non è mai solo un muro, talvolta esso può essere uno di questi.

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