La storia dei dialetti in Italia è una storia ricca, che rivela il nostro complesso patrimonio culturale. Se da un lato possono essere un vivido richiamo alla frammentazione del Paese prima dell’unificazione della lingua, dall’altro, per molti, oggi, simboleggiano un legame con la tradizione, divenuto vitale in un mondo sempre più globalizzato. Nessuna piattaforma mostra questa funzione meglio di quella dei social media.

Una breve storia dei dialetti

I dialetti risalgono alla caduta dell’Impero Romano nel V secolo e ne sono una conseguenza. Nonostante il latino sia rimasto la lingua prevalente per tutto il Medioevo nei circoli culturali e spirituali, i dialetti locali hanno sempre continuato a svilupparsi, potremmo dire fino all’Unità d’Italia del 1861. A quell’altezza l’unificazione non comportava una mera affermazione dell’Italia sullo scenario internazionale: si trattava piuttosto di unificare un paese che, per quanto ricco e vario, si sentiva ed era fortemente diviso. Il principale fattore che ha contribuito a questa frammentazione è stata la mancanza di un linguaggio comune ampiamente utilizzato, che permettesse una comunicazione efficace tra tutti i cittadini. Come afferma Tullio De Mauro, «una delle ragioni fondamentali alla base della richiesta di unificazione del Paese è stata la comunanza di lingua» (De Mauro 2014).

Nonostante l’esigenza fosse evidente, l’alto tasso di analfabetismo si trascinò fino agli anni Cinquanta, ostacolando un’effettiva unificazione, soprattutto perché solo nel 1948, con l’istituzione della Costituzione italiana, il diritto fondamentale all’istruzione fu esteso a tutti. Oltre a ciò, alcuni accreditano l’uso diffuso dell’italiano all’introduzione del medium televisivo. Programmi come Non è mai troppo tardi, del maestro Alberto Manzi, insegnavano a molti a leggere e scrivere in un italiano corretto. Di conseguenza, la grande importanza riservata all’italiano standard ha portato i dialetti ad assumere lo status di lingua di “seconda classe”: visti come la lingua dei non istruiti, molti hanno liquidato i preziosi contributi di questi rami della nostra storia linguistica.

L’importanza del linguaggio è trasmessa in modo succinto dalla scienziata cognitiva Lera Boroditsky.

Comunità e social media

Doveva essere, allora, un’altra rivoluzione tecnologica a riportare i dialetti sotto i riflettori. Con l’introduzione di piattaforme come Facebook e Twitter negli anni 2000, il nostro modo di comunicare ha cominciato a cambiare inaspettatamente: improvvisamente, potevamo connetterci con chiunque nel mondo. L’aspetto più rilevante di questa rivoluzione, tuttavia, non è stato il collegamento tra amici che si erano persi di vista, ma piuttosto la nascita di milioni di comunità, unite da interessi comuni. Dai gruppi che lavorano per combattere per i diritti umani, a quelli che cercano semplicemente di esprimere il loro amore per il cinema, i social media hanno unito le persone attraverso un comune sentire. Mentre alcuni hanno criticato questo aspetto dell’algoritmo nel campo della politica, evidenziando come queste nicchie abbiano creato una scena politica sempre più polarizzata, altri ne hanno riconosciuto il potenziale per collegare le persone alle proprie comunità. Dai racconti di Instagram come Spoken Veneto a Says of Tuscanian Says, numerose pagine hanno cominciato a mettere i dialetti al centro della loro missione. Un’altra pagina di questo tipo è Roma is More che, attraverso Instagram, ha raccolto oltre 270mila seguaci attirandoli con una semplice promessa: «una guida pronta all’uso per sopravvivere a Roma con un ‘espressionario’ per imparare il dialetto romano», come si legge nella loro biografia. Per comprenderne meglio la missione, li ho contattati direttamente, chiedendo loro se la pagina è nata dal desiderio di ricordare alle giovani generazioni le loro tradizioni linguistiche. Hanno commentato così: «Rome is more è cominciata proprio per questo, per lasciare un canto tangibile di un patrimonio immateriale come quello dei dialetti».

Con le loro traduzioni di detti popolari romani in inglese, i ragazzi del progetto hanno realizzato un progetto esemplificativo del paradosso dei social media: pur collegandoci alla più ampia sfera globalizzata, ci sentiamo sempre più legati alle nostre comunità come mai prima d’ora. Questo ha dato una nuova vita ai dialetti, che sono passati dall’essere visti come la lingua degli ignoranti a una ricca tradizione che deve essere preservata.

I dialetti e l’emigrazione

Diventa quindi chiaro che i dialetti sono arrivati a rappresentare una connessione con la nostra storia. In questo senso, uno studio condotto su 3.500 italiani ha rivelato che «Il 67% degli “incuriositi dal dialetto” hanno detto di volerlo imparare “per rafforzare il legame con la propria famiglia”, e il 72% si è detto “incuriosito” dai dialetti di altre regioni».

Il dato diventa ancora più rilevante se si considera la realtà di molti italiani di oggi: nonostante l’Italia abbia una storia di emigrazione conosciuta, oggi è diventata ancora più comune. Ad esempio, secondo le statistiche dell’Istat, l’emigrazione degli italiani verso gli altri Paesi è aumentata dell’1,7% solo tra il 2017 e il 2020. Tuttavia, se da un lato l’emigrazione può rappresentare un’opportunità importante per i più, dall’altro è ancora intrisa di un’inevitabile nostalgia. Parlando per esperienza personale, uno dei modi più importanti per lenire questo dolore è semplicemente quello di ricollegarsi alla lingua. Questa è stata l’affermazione alla base della creazione di Facecjoc, un social network italiano che mira a mettere in luce i dialetti. Lo sviluppatore Gianluca De Bortoli «ha pensato ai figli degli immigrati italiani che, inevitabilmente, non possono conoscere i loro dialetti. Per questo motivo il portale è tradotto in inglese, spagnolo, russo, ceco, ceco, turco e arabo» (Paretti 2015).

Pare, dunque, giusto dire che la funzione dei dialetti è cambiata drasticamente: da strumento di frammentazione e divisione, essi oggi collegano gli italiani alle loro tradizioni e così facendo li aggregano.

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