13 novembre 2019. Venezia si sveglia colpita da una drammatica e devastante mareggiata di 187 cm d’altezza. È la seconda più grave, dopo quella del 1966. Tralasciando per mancanza di tempo e spazio l’evidente dramma sociale ed economico arrecato alla città, è bene ricordare anche gli ingenti danni arrecati al patrimonio artistico-culturale veneziano. La calamità non ha purtroppo risparmiato le preziose biblioteche della città lagunare, che hanno cercato di salvare quante più opere librarie possibili, aiutate anche dalla decisa e solidale azione di numerosi volontari, tra cui si contavano anche molti studenti.

Humanities for Change ha deciso così di raccogliere la testimonianza di un ente culturale che è stato fortemente colpito dalla marea eccezionale, ovvero la Fondazione Querini Stampalia, per capire come poter prevenire queste emergenze in futuro e come prepararsi, per quanto possibile, al fine di gestirle al meglio. Su questa tematica è intervenuto Alessandro Marinello, consulente per gli istituti culturali, nonché uno dei principali gestori dell’emergenza dello scorso novembre.

Il secondo passaggio dell’intervista che è qui proposta, sarà invece dedicato a capire come le opere danneggiate vengono restaurate e recuperate, ponendo l’accento sullo stretto rapporto che si viene a creare tra materie scientifiche ed umanistiche per la salvaguardia del patrimonio documentario della biblioteca. Su questo argomento è intervenuta Barbara Poli, in qualità di responsabile della coordinazione per il recupero e restauro dei materiali danneggiati.

Abbiamo visto, purtroppo, come le alluvioni possono a volte manifestarsi in maniera molto differente e imprevedibile, soprattutto a Venezia. In questi casi è presente un piano per le emergenze, più flessibile e versatile, che affianchi oppure sostituisca una condotta standard da mantenere? Una sorta di piano B che venga attuato in particolari situazioni?

Alessandro. In realtà possiamo dire che i protocolli sono piuttosto relativi, soprattutto per quanto concerne le mareggiate eccezionali, come per esempio quella avvenuta lo scorso novembre. In questi ultimi decenni la Fondazione Querini Stampalia ha modificato e rafforzato una serie di misure di prevenzione come l’inserimento di paratie di sicurezza e lo sviluppo di un’infrastruttura indiretta che permette di posizionare determinate aree adibite principalmente alla logistica in zone sicure al di sopra delle quote di pericolo. Quest’ultima, è una misura di ingegneria indiretta derivante dall’architettura veneziana storica che prevedeva la suddivisione di un edificio in due parti, un piano terra con la funzione di magazzino ed un piano nobiliare superiore con lo scopo di preservarsi dalle alte maree, in grado di riparare le zone nevralgiche della biblioteca anche in assenza di personale. Ciò ha permesso, tralasciando un’imprevista assenza di corrente durante l’emergenza, di salvare gli impianti di sicurezza e di poter ripartire con un comparto tecnico intatto.

Quali sono gli strumenti che la biblioteca sfrutta per prevenire e gestire al meglio una simile situazione? L’alluvione del 12 novembre 2019 potrebbe indurre ad utilizzare nuove tecnologie di prevenzione?

Alessandro. Per gestire al meglio queste situazioni di emergenza si utilizzano strumenti ormai usuali nel panorama lagunare. Al primo posto ci sono le pompe ad immersione con attivazione automatica. Il loro funzionamento consiste nella disposizione di “pozzetti” sotto il livello del calpestio che, in caso di alta marea, si riempiono d’acqua, la quale, poi, defluisce al di fuori del locale. Ovviamente le pompe funzionano solo ad una quota di marea esterna superiore a quella prevista e sono molto utili nel comune caso di cedimento di una paratia. Fondamentale dunque, in quest’ultima opzione, è capire la mole d’acqua con cui ci si deve confrontare, perché se una protezione cede, cedono anche tutte le altre come in una fortezza militare, e l’impiego delle pompe è l’unica difesa efficace contro l’imperversare dell’alta marea.

Un altro strumento consiste nei sistemi di segnalazione di allagamento, la cui utilità è tuttavia molto relativa ai fini di gestione del pericolo, essendo presenti addetti o comunque guardie che possono constatare con i loro occhi l’evolversi della situazione.

La testimonianza di Marinello è rivelatrice di come gli enti culturali veneziani da tempo abbiano attuato misure di adattamento al fenomeno dell’acqua alta, al fine di preservare un patrimonio fragile, che dovrebbe essere valorizzato e protetto da decisioni e provvedimenti che però sfuggono al controllo dei singoli. La Fondazione Querini Stampalia ha dato prova di una notevole capacità di intervento tempestivo, nonché di un apparato di competenze tecniche di qualità, che ha permesso di minimizzare le conseguenze potenzialmente devastanti di un evento eccezionale come quello che ha colpito la comunità veneziana. Tuttavia, a fronte dei danni che in ogni caso sono stati subiti, quanto è accaduto deve necessariamente indurci a evitare ad ogni costo che situazioni del genere si ripresentino in futuro, al fine di salvaguardare e preservare nelle migliori condizioni il nostro patrimonio culturale. L’esperienza della Fondazione e la sua encomiabile capacità di gestione dell’emergenza deve non solo illuminare i meriti del corpo amministrativo e della comunità che è accorsa a prestare aiuto, ma anche e soprattutto incoraggiare una seria riflessione circa l’urgenza di provvedimenti nazionali atti a completare le opere pubbliche che avrebbero dovuto scongiurare l’emergenza stessa. Oggi più che mai sembra indispensabile, poiché il surriscaldamento globale e i conseguenti cambiamenti climatici inducono a prevedere una sempre maggior frequenza di eventi di tale portata.

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