Nel 1950 Alan Turing fece pubblicare su Computing machinery and intelligence quello che sarebbe poi stato chiamato in suo onore “test di Turing”. L’obiettivo era di porre un criterio per la valutazione dell’intelligenza di una macchina: se questa fosse stata scambiata per un essere umano, allora sarebbe stata ritenuta intelligente. Il test è stato criticato e si è dibattuto molto sulla sua effettiva attendibilità, ma comunque, settant’anni dopo, non solo le macchine hanno superato di gran lunga le condizioni poste, ma addirittura il dibattito si è spostato sul tentativo di capire se queste si possono definire creative.

Lo schema rappresenta il test di Turing: tre sono i partecipanti (A, B e C). A è un uomo, B una donna e C una qualsiasi persona che deve indovinare attraverso una serie di domande chi è l’uomo e chi la donna. B inoltre deve aiutare C nel compito, mentre A deve ostacolarlo. A però viene sostituito da una macchina e lo scopo rimane comunque quello di spacciarsi per un essere umano e far indovinare i sessi. Se C riesce ad indovinare comunque, la macchina avrà superato il test di Turing.

Cerchiamo una definizione

Ciò che mette più in crisi critici ed esperti nel settore, ma anche noi persone comuni, forse poco calate in questo genere di dibattiti, è che siamo abituati a pensare la creatività come qualcosa di ontologicamente connesso all’uomo e alla sua introspezione e dunque l’opinione comune tende a non associare tale capacità all’intelligenza artificiale (AI) a meno che non si voglia insinuare – e la questione è già al centro di numerosi dibattiti – che la macchina possa avere una coscienza e una propriocezione. Pur non affrontando la questione in questa sede, ci sono  sostenitori della creatività delle AI, secondo i quali le macchine possono essere e sono creative. La prima a proporre questo punto di vista è stata Margaret Boden, esperta di AI, pioniera del mondo delle scienze cognitive e appartenente a quella schiera di studiosi che lavora per creare una nuova disciplina chiamata “creatività computazionale”. Non esistendo un’unica definizione di creatività, conviene capire come la Boden si ponga rispetto a essa e in che modo la definisca. L’esperta inquadra 3 diversi tipi di creatività:

1

Creatività esplorativa

Cerca di espandere i limiti di qualcosa già scoperto
2

Creatività di combinazione

È la capacità di unire aspetti e argomenti in maniera non convenzionale
3

Creatività trasformativa

Rivoluziona il corso della storia o di una materia (ad es. le invenzioni già citate sopra)

Per quanto riguarda la creatività di tipo esplorativo, se si pensa a come le macchine siano già impiegate come strumento che permette all’uomo di espandere la propria abilità creativa, questo aspetto è già di per sé strabiliante. Tuttavia, se ciò non bastasse, andiamo a citare un paio di esempi piuttosto destabilizzanti.

Margaret Boden spiega come si può definire la creatività

AARON

Un caso interessante è quello di AARON, algoritmo creato da Harold Cohen, che a partire dalla sua prima programmazione produce quadri artistici di sua elaborazione, continuando anche dopo la morte del suo ideatore. Quest’ultimo dato, in effetti, può far pensare che la macchina abbia acquisito indipendenza e se a questo sommiamo il fatto che lo stesso Cohen ha sempre affermato che AARON era in realtà in grado di prendere decisioni da solo grazie alla facoltà di generare serie di numeri casuali, siamo ulteriormente propensi ad attribuirgli almeno un certo grado di autonomia. Questo caso si rivela molto affascinante, al punto da rimanere al centro dell’attenzione di molti studiosi ed essere di ispirazione per altri avventurieri nel campo artistico-artificiale. C’è tuttavia un altro caso che potrà destare ancora più dubbi riguardo all’assenza di creatività nelle macchine.

Alcune opere di AARON

DeepMind

Nel 2016 l’azienda DeepMind sfidò il campione mondiale di Go – antichissimo gioco cinese, simile agli scacchi – con il suo nuovo algoritmo chiamato AlphaGo. AlphaGo era nato pochi anni prima proprio con lo scopo di capire fino a che livello le macchine potessero cimentarsi in un’attività nella quale sono importanti sia l’intelligenza che la creatività. Le aspettative da parte di tutto il mondo erano nettamente a sfavore della macchina, si pensava ad una sconfitta quasi certa. Il confronto tra i due sfidanti fu veramente serrato, ma AlphaGo non solo vinse, distaccando di molto il suo avversario in carne e ossa, ma riuscì, attraverso una sola mossa – la numero 37 – a rivoluzionarne l’intera modalità di gioco. Se non si può affermare a cuor leggero che questo sia un chiaro esempio di creatività, può almeno venirne il sospetto. La stessa equipe di DeepMind restò sbalordita da un evento così inaspettato. La macchina aveva travalicato i limiti fino a quel momento consolidati di un gioco secolare, frantumandoli. Ora il gioco del Go ha ripreso linfa e vitalità e si studiano mosse mai ideate fino ad ora, basate proprio sulla mossa numero 37.

Spiegazione delle regole del Go e illustrazione della partita tra AlphaGo e Lee Sedol

Alla luce di questa vittoria e del comportamento tenuto dalle macchine negli esempi citati, si può dire che il test di Turing sia stato da loro ampiamente superato, al punto che ci si potrebbe chiedere: «se vedessi un quadro fatto da AARON, leggessi un libro interamente scritto da un software o avessi visto quella famosa partita di Go, e non sapessi che dietro si cela un algoritmo, considererei tutto questo creativo»?

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