Siamo nel 2006, e due insegnanti di chimica della Woodland Park High School, in Colorado, hanno un problema: nell’America rurale, dove a volte la scuola più vicina non è poi così vicina, tanti studenti si assentano spesso da scuola. Così hanno un’idea: registrano le loro lezioni e le mettono online per gli assenti. Quello che non si aspettavano è che questa idea sarebbe piaciuta non solo agli assenti, ma anche ai presenti (che in questo modo possono rivedere la lezione, fermarla, andare indietro e rivederla), e che da questo esperimento didattico sarebbe nato un movimento di riprogettazione dell’apprendimento: la flipped classroom, o classe capovolta.

Intervista ad Aaron Sams, insegnante della Woodland Park High School

Prima di spiegare in che cosa consiste il metodo della classe capovolta, bisogna fare una premessa: le innovazioni non hanno senso di per sé, hanno senso se risolvono un problema. Quindi, per parlare del perché questa innovazione abbia senso, bisogna parlare del problema che risolve, cioè di quello che non sta funzionando nella scuola. Tuttavia, non è intenzione né dell’autrice di questo articolo né degli autori di Flipped classroom. Un nuovo modo di insegnare e apprendere, che è la principale fonte bibliografica di questo articolo, muovere una critica sterile alla scuola, ma evidenziarne le criticità e accennare alle soluzioni possibili, forse non facili, ma già messe in pratica da migliaia di insegnanti in tutto il mondo.

Che cosa non sta funzionando nella scuola

Siamo abituati a pensare alla lezione frontale come all’unico metodo di insegnamento possibile, e probabilmente è davvero l’unico modo di insegnare che la maggior parte di noi ha sperimentato nella sua vita. Le lezioni scolastiche, il corso d’inglese del doposcuola, i seminari universitari, la formazione aziendale, i webinar online, persino i workshop assomigliano un po’ tutti a delle conferenze: c’è qualcuno che, dietro a una cattedra, su un palco, da uno schermo, ci parla di qualcosa, e ci siamo noi che lo ascoltiamo e che, se va bene, possiamo alzare la mano e fare una domanda. Eppure non è così ovvio che sia così. E infatti non lo è sempre stato: è così da quando esiste il libro. Il libro, inteso come manoscritto, era un oggetto raro e costoso, e la lezione, o lectio, consisteva proprio nella lettura ad alta voce, se non nella dettatura vera e propria del libro da parte di un’autorità in cattedra a un uditorio di discenti. Questa è la prima cosa importante da capire: le tecnologie didattiche (e il libro è una tecnologia didattica) influenzano le metodologie didattiche molto più di quanto siamo abituati a pensare. Anche dopo l’invenzione della stampa, quando il libro è diventato accessibile a tutti, non è cambiato molto: il libro è rimasto al centro dell’insegnamento come contenitore della conoscenza codificata, e molti di noi ricordano almeno una lezione passata a leggere il libro di testo in classe.

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1509-1511. Affresco, 500×770 cm. Musei Vaticani, Città del Vaticano. Nelle scuole filosofiche dell’Antica Grecia la tecnologia didattica principale era l’oralità, e l’insegnante era più simile a un mentore che guidava ognuno nel suo personale percorso di conoscenza

Quella che usiamo quando impariamo qualcosa leggendolo su un libro è una strategia di apprendimento simbolico-ricostruttiva, che stimola soprattutto il pensiero deduttivo (che è quello che usiamo quando impariamo prima una regola generale e poi ad applicarla a un caso particolare), il pensiero analitico e la memoria. Il problema è che non è così che impariamo naturalmente. Quando impariamo a camminare o a parlare, nessuno ci consegna un manuale di anatomia o una grammatica: lo facciamo emulando gli altri, provando, sbagliando, provando ancora. Ed è così anche da adulti: non possiamo imparare a guidare finché non saliamo su un’auto, indipendentemente da quanto conosciamo bene il codice stradale. Questa è una strategia di apprendimento esperienziale, che stimola il pensiero induttivo (dal particolare al generale), il pensiero ipotetico e il pensiero associativo; questo apprendimento è anche quello più significativo e stabile: impariamo prima, meglio e non dimentichiamo facilmente quello che abbiamo imparato.

Due bambini usano dei visori per la realtà aumentata

Il pensiero ipotetico è quello che usiamo quando immaginiamo come ci comporteremmo in una situazione, e lo usiamo, ad esempio, quando giochiamo a un videogioco. I videogiochi hanno molte caratteristiche interessanti: dobbiamo superare una sfida, cioè risolvere un problema e raggiungere un obiettivo, e questo ci motiva, e dobbiamo farlo esplorando un ambiente, provando e sbagliando, e l’ambiente risponde ad errori e successi con feedback continui ed immediati e rimodulando il livello di difficoltà rendendolo appena più difficile ad ogni successo, in quella che in didattica si chiamerebbe zona di sviluppo prossimale. Il pensiero associativo è invece quello che usiamo quando navighiamo in rete, passando da un post su Facebook a un articolo su un blog a un video su YouTube e così via, seguendo un link ipertestuale dopo l’altro, e condividiamo, commentiamo, interagiamo attivamente, creiamo a nostra volta contenuti per la rete. Assomigliano davvero molto al modo in cui impariamo naturalmente. È il motivo per cui c’è tanto fermento per la gamification, i serious game, la realtà virtuale. Quindi quello che è successo è questo: le nuove tecnologie hanno reso il modo in cui impariamo fuori dalla scuola sempre più simile al modo in cui impariamo naturalmente, e il “mondo reale” e la scuola sono diventati sempre più distanti e impenetrabili l’uno all’altro. Ma che senso ha questo doppio binario educativo, in cui la scuola, il luogo in cui ci formiamo come persone, cittadini, professionisti, rimane impermeabile a tutto il resto?

Questa società non ha più bisogno di una scuola che riproduca il sapere, non ha più l’esigenza di far acquisire ai suoi studenti un patrimonio consolidato di conoscenze, bensì richiede di favorire la crescita e lo sviluppo dei talenti e delle potenzialità individuali delle nuove generazioni.

Graziano Cecchinato, Romina PapaFlipped Classroom, 2016, Milano, UTET, p. 17.

Come funziona il metodo della classe capovolta

Il metodo della classe capovolta prevede quindi di riprogettare la didattica ribaltando lo schema lezione frontale-studio individuale-valutazione finale per rendere il percorso di apprendimento il più possibile simile a quello naturale, e lo fa in tre punti:

1) Lanciare la sfida: l’insegnante propone un problema particolare da risolvere, finalizzato alla presentazione e alla trattazione di un argomento; deve cioè problematizzare un tema;

2) Condurre la sfida: l’insegnante deve contestualizzare il problema e stimolare gli studenti a esplorare le soluzioni possibili, formulare ipotesi, verificare le proprie tesi mettendo alla prova idee, soluzioni, conclusioni (active learning) e confrontandosi con i compagni (peer learning); gli errori sono presentati come normali e non da evitare, e gli studenti ricevono feedback continui e immediati;

3) Chiudere la sfida: l’insegnante guida l’ultima fase di elaborazione e rielaborazione, presentazione, argomentazione, confronto e riflessione sui risultati ottenuti; la valutazione in questo contesto è formativa, oltre che certificatoria.

Jon Bergmann, uno dei padri della classe capovolta, parla in diretta video a un evento di Flipnet, un’associazione italiana per la promozione di questo metodo

A proposito della digitalizzazione della scuola

Cambiare le tecnologie didattiche senza cambiare anche le metodologie didattiche non ha senso: lo abbiamo fatto con il cinema, la radio, la televisione, il computer, e non ha mai funzionato davvero. Spero che da questa presentazione del metodo della classe capovolta sia passato anche questo messaggio: il metodo non parla di tecnologie, il focus è un altro, e l’unico motivo per cui gli insegnanti usano e fanno usare ai propri studenti tablet e video online è che gli strumenti digitali sono davvero funzionali all’apprendimento. Sono gli strumenti digitali che sono particolarmente congeniali al nostro modo naturale di imparare, e si prestano molto bene ad essere condivisi, riusati, modificati, integrati, adattati da ogni insegnante alle esigenze proprie e dei propri studenti. Se conoscevate la classe capovolta solo come “lezione a casa, compiti a scuola”, spero di avervi dato una panoramica più ampia sulla sua reale forza innovatrice e sulle sue potenzialità per creare una scuola più efficace, efficiente e inclusiva.

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