E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica

Claudio Giunta
Bologna, Mulino, 2017, pp. 306
€ 15,20 (copertina flessibile), € 11,43 (ebook)

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Molto spesso capita di imbattersi in articoli che presentano lo studio delle materie umanistiche alla stregua di un baluardo degli antichi valori morali, che la nostra società – avviatasi inesorabilmente verso un imbarbarimento dei costumi e degli ideali civili – osteggia su più fronti con scellerato accanimento. O meglio, con scellerata indifferenza. Perché questa battaglia campale non viene condotta con la forza dirompente dell’attacco, ma piuttosto con le armi del silenzio, del distacco e del placido abbandono. Eppure, anche senza spargimenti di sangue, il computo dei feriti è numeroso e allarmante. Verrebbe da pensare che i vinti siano i testi antichi, i classici, i romanzi ottocenteschi o le poesie del secolo scorso, ma non serve essere biologi per sapere che i libri non sanguinano, né le memorie di chi ormai non c’è più. I feriti sono tra di noi: sono i lettori mancati, coloro che non hanno mai ricevuto dal sistema di istruzione il giusto stimolo a coltivare il sapere veicolato dalla letteratura o dalla poesia, oppure i lettori che – abbandonata la precoce passione per la lettura dopo il periodo di formazione scolastica – si avviano ora a infoltire le schiere degli analfabeti di ritorno (categoria che storicamente non ha precedenti, ed è caratteristica dei tempi in cui viviamo). E dunque a sanguinare, metaforicamente, s’intende, siamo tutti noi, i figli di questo tempo che ci ha convinti che “queste sciocchezze” non servono a niente e che i saperi non immediatamente spendibili non abbiano senso di essere coltivati.

È facile e consolatorio credere che le colpe di questa lampante sconfitta risiedano nelle scelte di governo, nella deviazione dagli ideali del passato o nel disinteresse dei giovani per l’insegnamento scolastico; mentre è molto più difficile, soprattutto per la figura dell’insegnante di discipline umanistiche, sia esso un professore della scuola secondaria o un professore universitario, accettare di essere corresponsabile di questo scenario desolante.

Ripensare l’istruzione umanistica: un esame di coscienza

Il libro di Giunta, abbandonando ogni facile consolazione, arriva a mettere in discussione, con schiettezza e lucidità inusitate per un “addetto ai lavori”, l’intero sistema d’istruzione, ammettendo sin da subito che «non è facile prendere posizione contro il sistema che ci ha formato, anche perché questo significa in certa misura prendere posizione contro se stessi, mettere in discussione le scelte che si sono fatte, i libri che si sono letti, e insomma […] la propria intera esistenza» (Giunta 2017, 58).

Con la speranza che l’educazione umanistica tradizionale continui a esistere nel mondo di domani ma, al contempo, con l’amara consapevolezza che questa potrebbe proseguire con «una sempre più marcata perdita di senso, e con una sempre più evidente sconnessione rispetto al mondo come è» (Giunta 2017, 59), Giunta tenta di rispondere, presentando argomentazioni convincenti e innovative, ai numerosi dubbi che si trova ad affrontare chi ha dedicato la sua intera vita allo studio delle discipline umanistiche.

La domanda cruciale: «e se non fosse la buona battaglia?»

Il testo, strutturalmente bipartito, focalizza la propria attenzione su queste materie, tratteggiando un profilo storico del loro insegnamento. Il libro parte dall’analisi della scuola, si concentra poi sull’università e si interroga infine sulla validità dell’ultimo livello di perfezionamento, il dottorato di ricerca. Giunta dimostra, con argomentazioni espresse con levità di scrittura e chiarezza espositiva, come le mutate condizioni storico-sociali rendano inevitabile l’assunzione di un atteggiamento critico di fronte all’effettiva possibilità che le discipline umanistiche trovino la loro dimensione congeniale in un panorama a loro ostile. La domanda che dà il titolo al libro e che, con la sua invisibile gravità, incombe sul lettore per tutta la lunghezza del testo è: e se non fosse la buona battaglia?

Questa domanda l’autore la rivolge anzitutto a se stesso e, secondariamente, a noi lettori. Ognuno, dopo aver letto il testo, troverà la sua risposta. Solo alla fine propone la sua soluzione, rivelando il vero scopo dei saggi raccolti nel suo libro: agevolare le condizioni in cui la cultura oggi si può sviluppare, nelle scuole e nell’università.  Per cercare di individuare queste condizioni Giunta parte dalla prima, e fondamentale, domanda: «qual è lo scopo dell’istruzione?» (Giunta 2017, 63).

Cosciente che «il lamento del letterato alle prese con un mondo che non è fatto a misura di letterato è un genere senza tempo» (Giunta 2017, 64), l’autore si rende conto della difficoltà di rispondere a questa domanda a fronte della peculiarità dei tempi in cui viviamo, rivoluzionati dall’avvento della scienza e della tecnologia. Senza giri di parole ammette che

la vita, nelle società occidentali, è diventata così complessa da sollecitare sempre di più le competenze non di intellettuali capaci di interpretare il mondo (storici, filosofi), ma di esperti settoriali capaci di farlo funzionare (economisti, giuristi, medici).

Claudio GiuntaE se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 65

Bisogna, dunque, che l’insegnamento scolastico si adegui al cambiamento, perché è necessario formare «delle persone che vivano bene il loro tempo, non dei disadattati» (Giunta 2017, 71). Ma come fare? È forse corretto diminuire le ore di lezione delle materie umanistiche per lasciare spazio all’insegnamento di competenze ritenute oggi imprescindibili, l’inglese e l’informatica?

Sarebbe idealmente giusto che ogni disciplina – la storia del cinema, del teatro, dell’arte e, parimenti, l’economia e la giurisprudenza – trovasse il proprio posto nel curriculum scolastico. Tuttavia insegnare tutto non si può, sia perché manca il tempo sia perché «una sola testa non potrebbe contenere tante nozioni, e tanto disparate» (Giunta 2017, 72). Non ci si può d’altra parte nemmeno accontentare di ripetere pedissequamente quello che ci hanno insegnato, con le stesse identiche modalità, perché «negli ultimi decenni i cambiamenti sono stati troppi, e la scuola non può non prenderne atto» (72).

È dunque rischioso, difficile, ma necessario, proporre e aderire a nuove soluzioni, che – pur senza stravolgere le modalità di insegnamento – sappiano adattare alle mutate esigenze della società la formazione e l’istruzione delle nuove generazioni di studenti. Giunta, capitolo dopo capitolo, azzarda soluzioni prorompenti e innovative, mettendo in luce i limiti dell’attuale sistema scolastico.

La sua non è la posizione di chi, pur «parlando dall’interno del forte assediato» (Giunta 2017, 57), indulge in facili consolazioni e si spende in critiche sterili contro «una società che non dimostra il giusto ossequio per la sua grande tradizione culturale» (57),  bensì quella del letterato che, senza tradire la sua missione educativa, analizza e indaga i difetti di un sistema che sta rivelando la propria insufficienza, e tenta di porre soluzioni diverse, a fronte di una realtà che è difficile da accettare, ma cui bisogna adattarsi, per non soccombere.

Il libro si presenta in molti punti di una desolante e cruda schiettezza, che non consola ma intristisce. Soprattutto la seconda sezione, incentrata sull’insegnamento universitario, testimonia una situazione critica, in cui l’insegnamento delle materie umanistiche pare avvelenato da un sistema che, egoisticamente, finisce per accelerarne il decorso. I toni della pars destruens sono cupi, evidenziano tutti i limiti di un sistema che – a causa della diffusa tendenza alla semplificazione – rende accessibili a chiunque le facoltà umanistiche, finendo così per non valorizzare a pieno le potenzialità degli studenti più meritevoli e per non sottoporre gli altri studenti di fronte a un vero ostacolo da superare. Tuttavia, forte e convincente pare la pars costruens del testo, che propone numerose soluzioni, spesso scomode da adottare – soprattutto per gli enti universitari – ma che paiono, oggi come mai, necessarie per garantire un futuro agli studenti di queste facoltà.

Alla domanda – che pare ormai inflazionata, ma che si rivela sempre attuale – se abbia ancora un senso l’educazione umanistica, anche Giunta prova a dare risposta, riprendendo la splendida lezione di Guido Calogero:

proprio in quanto il tempo in cui semplicemente si vivrà sarà più lungo del tempo in cui si produrrà, l’educazione alla saggezza del vivere dovrà prevalere sempre più rispetto all’addestramento alla tecnica del produrre.

Guido CalogeroScuola sotto inchiesta, Torino, Einaudi, 1957, p. 288

E forse proprio gli assurdi momenti che stiamo vivendo, chiusi nelle nostre case e isolati dagli affetti e dagli amici, ci insegnano che questa lezione è quanto mai attuale.

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