Come sottolineato nel precedente contributo dedicato al tema delle soft skills, Oltre lo “skills mismatch”: nuove competenze per il lavoro 4.0, questa tipologia di competenze, oltre ad essere di difficile inquadramento da parte degli stessi addetti ai lavori, è ormai ritenuta di fondamentale importanza per il successo professionale nel nuovo paradigma economico che sta prendendo forma in forza delle trasformazioni di Industry 4.0. Se un’affermazione come questa risulta di facile comprensione, appare assai più difficile sostenere come l’acquisizione di queste competenze possa essere collegata all’esercizio del pensiero filosofico-umanistico, e in particolare possa essere il risultato di una specifica attività: quella della pratica filosofica.

Ciò che si vuole sostenere è che la disciplina filosofica consente di sviluppare un approccio peculiare e specifico rispetto alle problematiche chiave delle organizzazioni contemporanee, come nei confronti della formazione degli individui che ne fanno parte. Negli ultimi decenni del secolo scorso questa possibilità ha permesso l’emergere di nuovi profili professionali collegati alla disciplina filosofica, oltre a quelli tradizionali del ricercatore e dell’insegnante, tra i quali in primo piano si colloca la figura del consulente filosofico.

Consulenza filosofica: una definizione

In ambito aziendale, la figura del consulente filosofico si avvale delle conoscenze, metodi e strumenti messi a disposizione dalla filosofia per affrontare problematiche di diverso genere (relazionale, progettuale, etico) che affliggono abitualmente le organizzazioni. L’ambito professionale della consulenza filosofica nasce in Germania nei primi anni ’80 ad opera di Gerd Achenbach, professore presso l’Università berlinese di Lessing. Costui era profondamente insoddisfatto della chiusura speculativa e accademica della disciplina filosofica, responsabile a suo parere della perdita di contatto della filosofia rispetto ai problemi della realtà economica e sociale del tempo. Dalla metà degli anni ‘80 la consulenza filosofica si diffonde anche in altri paesi europei, soprattutto in Olanda, per poi approdare intorno al 1992 negli USA. In Italia la nuova professione associata agli studi filosofici arriva solo nel 1999, anno di nascita dell’Associazione Italiana di Counseling Filosofico.

Come evidenziato dall’espressione Philosophische Praxis, coniata dallo stesso Achenbach, nell’attività di consulenza filosofica la disciplina di Socrate e Platone assume una nuova veste, che non consiste più nella produzione di teorie generali o omnicomprensive, quanto nell’inquadramento e risoluzione delle diverse difficoltà della vita organizzativa e aziendale, attraverso l’utilizzo sistematico e puntuale di una facoltà che la filosofia nel corso della sua storia millenaria ha avuto modo di sviluppare più di ogni altra disciplina: la razionalità riflessiva e critica. Ma quali sono nel concreto gli ambiti in cui la filosofia può agire efficacemente nel contesto aziendale contemporaneo?

Aristotele e Alessandro Magno

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Manageritalia, il filosofo esecutivo Raffaele Tovazzi, che collabora attualmente con numerose imprese dell’ambiente londinese e non solo, afferma come la professione di chi lavora con la filosofia in azienda possa essere pienamente assimilata a ciò che faceva Aristotele per conto del sovrano macedone Alessandro Magno nel IV secolo a.c. Spiega infatti Tovazzi:

Le multinazionali sono imperi contemporanei e i CEO di oggi fanno ciò che facevano i regnanti di ieri: circondarsi di pensatori che aiutano a comprendere il presente e formare il futuro, elaborando le strategie di comunicazione più efficaci per diffondere un’idea.

Raffaele TovazziIl futuro sarà in mano ai filosofi?, in «Manageritalia», 17 ottobre 2018

Tuttavia, a dispetto della retorica platonica del filosofo al potere, sono perlomeno due gli ambiti principali all’interno dei quali la pratica e l’approccio specifico della disciplina filosofica possono realmente rappresentare un valore aggiunto per le organizzazioni contemporanee.

Il primo di essi è certamente quello della responsabilità sociale di impresa, o Corporate Social Responsability, un ambito di recente costituzione all’interno del panorama aziendale contemporaneo, risultante da una modifica radicale al ruolo e alle finalità delle imprese stesse in direzione di una maggiore attenzione alle ricadute sociali ed etiche delle proprie scelte di business. Per agevolare l’acquisizione di un tale ruolo da parte dell’azienda, l’attività consulenziale nella sua declinazione filosofica può fornire un aiuto importante, procedendo ad una chiarificazione dei concetti utilizzati normalmente nel vocabolario aziendale, come quello di responsabilità etica o di valore aggiunto, al fine di individuare la componente etica coinvolta nelle scelte compiute a livelli apicali.

Le possibilità di azione professionale del practical philosopher, tuttavia, non si esauriscono nell’attività di consulenza su problematiche aziendali come la responsabilità sociale d’impresa, ma investono anche l’ambito della formazione dei dipendenti. Ed è proprio attraverso questo secondo ambito di intervento che è possibile apprezzare la stretta connessione tra la pratica filosofica e l’apprendimento di quelle competenze racchiuse nella galassia delle cosiddette soft skills, la cui rilevanza strategica per il futuro del lavoro, come evidenziato nei precedenti contributi, viene attualmente riconosciuta con sempre maggior convinzione da esperti di formazione ed organismi internazionali.

Raffaele Tovazzi racconta la professione del consulente filosofico e i percorsi formativi attualmente esistenti per accedervi

Formare le competenze filosofiche

La motivazione principale sottesa al legame tra disciplina filosofica, intesa come pratica formativa, e l’insieme eterogeneo delle soft skills viene sottolineata efficacemente da queste parole di Stefania Contesini, formatrice e consulente filosofica, nonché coordinatrice del laboratorio Filosofia Impresa dell’Università San Raffaele di Milano:

Occorre tener conto del fatto che la formazione organizzativa ha subito negli anni decisivi cambiamenti che non ne fanno solo il luogo di trasmissione di contenuti specialistici. Formare significa infatti anche attivare capacità generali (relazionali, decisionali, di elaborazione e analisi) che […] possono vantare, se considerate nella loro accezione più ricca, una certa aria di famiglia rispetto a quelle coltivate dalla filosofia.

Stefania ContesiniLa filosofia nelle organizzazioni, Roma, Carocci, 2016, p. 12

Tra le competenze strategiche incluse nel vasto campo delle soft skills e la disciplina filosofica si può dunque ravvisare un terreno comune, che per la Contesini può essere proficuamente sfruttato dal formatore filosofico per indurre l’acquisizione di vere e proprie competenze filosofiche nei dipendenti. Si tratta di competenze complesse e multidimensionali, che la pratica filosofica è per sua stessa natura particolarmente portata ad allenare e rinforzare, e che possono essere ripartite in cinque diverse tipologie, ognuna delle quali corrispondente ad una specifica area della speculazione filosofica, ovvero concettualizzazione, argomentazione, giudizio, sensibilità morale e valutazione morale. La loro acquisizione da parte di manager e dipendenti risulta essere dunque l’obiettivo principale di un approccio filosofico alla formazione aziendale, anche in virtù del loro configurarsi come «gli ingredienti fondamentali delle soft skills» (Contesini 2016, 109).

Per ottenere tali scopi, l’intervento formativo potrà attuarsi favorendo l’immersione dei destinatari in un contesto diverso da quello abituale, attraverso l’ausilio di molteplici dispositivi culturali come film, testi letterari e filosofici, casi di studio ed eventi di attualità, a partire dai quali effettuare diverse attività come riflettere su conflitti valoriali o etici, problematiche affettive o relazionali, oppure ricostruire la struttura argomentativa di un dibattito giornalistico o televisivo. L’efficacia di un tale processo formativo, che potrebbe sembrare piuttosto semplice quanto alla sua struttura, dipende in ultima istanza dalla ricchezza dell’armamentario concettuale della filosofia, sedimentatosi nel corso di millenni di storia, e che attraverso la pratica del dialogo e l’esercizio della ragione riflessiva interroga convinzioni, preconcetti e scelte di manager e dipendenti del XXI secolo.

Conclusioni

È importante sottolineare come in alcuni contesti geografici del nostro paese, caratterizzati da un forte dinamismo economico, la diffusione di figure professionali di questo tipo nel mercato del lavoro attuale abbia favorito l’ideazione di percorsi di alta formazione esplicitamente dedicati alla costruzione di profili “ibridi”, dotati di un ampio bagaglio di conoscenze umanistiche unito a competenze di carattere economico e manageriale. Si tratta tuttavia di casi sporadici, che non sono certamente il risultato di una progettazione formativa unificata a livello nazionale e tantomeno europeo. La sfida, dunque, rimane quella di elaborare in maniera consapevole e ragionata una riforma dei curricula educativi partendo dai livelli inferiori, in modo da anticipare le trasformazioni del mercato del lavoro e fornire allo stesso tempo un ventaglio più ricco di opportunità per le lauree umanistiche, primo passo per riscattarne l’immagine erroneamente diffusa di lauree “inutili”.

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