There has never been a better time to be a worker with special skills and the right education, because these people can use the technology to create and capture value. However, there has never been a worse time to be a worker with only “ordinary” skills and ability to offer, because computers, robots and other digital technologies are acquiring these skills and abilities at an extraordinary rate.

Erik Brynjolfsson, Andrew McAfeeThe second machine age, New York, Norton and Company, 2014, p.11

In pressoché tutti i contesti nazionali maggiormente avanzati dal punto di vista economico, la percezione diffusa in merito alla domanda di nuove competenze per il futuro del lavoro è che queste ultime possano essere acquisite esclusivamente tramite uno studio approfondito delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Maths), le sole ritenute in grado di garantire agli studenti di oggi e ai lavoratori di domani una brillante carriera professionale. Secondo tale visione, nei prossimi decenni lo studio di queste discipline non solo consentirà di ottenere un alto tasso di soddisfazione economica, ma costituirà anche l’unico fattore responsabile di successo nel proprio ambito lavorativo. A dispetto di questa narrazione, assai radicata a livello di opinione pubblica anche nel nostro Paese, la situazione reale appare profondamente diversa. A confermarlo è il documento dell’OCSE dal titolo Framework Learning 2030: the future of education and skills, reso pubblico nell‘aprile 2018, che ribadisce come nel prossimo futuro accanto alle hard skills – le competenze tecniche quantificabili e proprie di un particolare ambito lavorativo – assumeranno sempre maggiore centralità le cosiddette soft skills o non-cognitive skills, fondamentali secondo l’organizzazione internazionale per adattarsi ad un mondo del lavoro in costante cambiamento. In particolare, nel documento dell’OCSE si legge come nei decenni a venire:

students will need to apply their knowledge in unknown and evolving circumstances. For this, they will need a broad range of skills, including cognitive and meta-cognitive skills (e.g. critical thinking, creative thinking, learning to learn […]); social and emotional skills (e.g. empathy, self-efficacy and collaboration); and practical and physical skills (e.g. using new information and communication technology devices).

OCSELearning Framework 2030, 2018, p. 5

Un nuovo concetto di competenza

Proprio a partire da questa definizione delle soft skills, dal rapporto emerge un nuovo concetto di competenza per il futuro del lavoro, che si qualifica più come sapere in azione che come possesso statico di conoscenze, e che, soprattutto, pone l’accento sulla necessità di una continua ibridazione tra diversi ambiti disciplinari.

The concept of competency implies more than just the acquisition of knowledge and skills; it involves the mobilisation of knowledge, skills, attitudes and values to meet complex demands. Future-ready students will need both broad and specialised knowledge. Disciplinary knowledge will continue to be important, as the raw material from which new knowledge is developed, together with the capacity to think across the boundaries of disciplines and “connect the dots”.

OCSELearning Framework 2030, 2018, p. 5

Today, 2018

  • Analytical thinking and innovation
  • Complex problem-solving
  • Critical thinking and analysis
  • Active learning and learning strategies
  • Creativity originality and initiative
  • Attention to detail, trustworthiness
  • Emotional intelligence
  • Reasoning problem-solving and ideation
  • Leadership and social influence
  • Co-ordination and time management

Trending, 2022

  • Analytical thinking and innovation
  • Active learning and learning strategies
  • Creativity, originality and initiative
  • Technology design and programming
  • Critical thinking and analysis
  • Complex problem-solving
  • Leadership and social influence
  • Emotional intelligence
  • Reasoning, problem-solving and ideation
  • Systems analysis and
    evaluation

Inoltre, la centralità delle soft skills e dell’ibridazione disciplinare per la costruzione delle competenze del futuro è emersa recentemente da una fonte a dir poco sorprendente: un colosso dell’high-tech come Google, spesso identificato come un alfiere dell’esaltazione esclusiva delle competenze STEM. Uno studio interno di durata più che decennale condotto dall’azienda di Mountain View a partire dal 2008 ha infatti rivelato che tra le otto competenze più rilevanti e foriere di successo professionale all’interno della celebre impresa californiana, le prime sette rientrano perfettamente nell’ambito delle soft skills. Nello specifico, tra le caratteristiche più importanti dei top manager di Google figurano competenze motivazionali e di supporto emotivo, capacità comunicative e di ascolto, empatia, pensiero critico e problem-solving.

Alla luce di tutto ciò, appare più che pertinente il suggerimento proveniente dall’attuale rettore del Dartmouth College, Philip Hanlon, che da alcuni anni si batte affinché l’importanza delle competenze soft per il futuro professionale degli studenti del XXI secolo venga definitivamente riconosciuta, al punto da proporre per queste competenze la nuova denominazione di power skills. Ma se l’importanza strategica in ambito lavorativo delle soft skills per il prossimo futuro risulta più che evidente, assai meno chiare appaiono le modalità più efficaci attualmente disponibili a studenti e lavoratori per acquisirle e svilupparle.

Saadia Zahidi introduce il progetto Reskilling Revolution promosso dal World Economic Forum per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito al radicale cambiamento delle competenze richieste nel prossimo futuro e fornire un aiuto concreto alle istituzioni per farvi fronte

Soft skills e dove trovarle

Il rapporto dell’agosto 2019 dell’EU Science Hub, la piattaforma divulgativa del centro comune europeo di ricerca (JRC), cerca di rispondere proprio a questo complesso interrogativo. Il rapporto, dal titolo The changing nature of work si pone sulla medesima linea del già citato documento OCSE in riferimento alla centralità delle soft skills per le professioni del futuro, ma sottolinea con maggiore puntualità l’importanza determinante di una radicale riforma del sistema educativo per uno sviluppo efficace di queste stesse competenze da parte degli studenti dei Paesi europei. Secondo l’EU Science Hub, infatti, occorre provvedere al più presto ad un rinnovamento delle metodologie didattiche utilizzate, così come dei contenuti trasmessi dalle istituzioni educative dell’Unione a tutti i livelli del percorso formativo, in direzione di una didattica maggiormente attiva e partecipativa, incentrata su tecniche come il problem-based learning, che rimetta al centro il valore della contaminazione interdisciplinare. Si legge infatti nel rapporto:

Interactive teaching practices require students to work in groups and use non-cognitive skills in their discussions […]. Problem-based learning […] together with interdisciplinary learning, can facilitate the acquisition of non-cognitive skills by emphasasing the importance of flexibility and innovation.

EU Science HubThe changing nature of work and skills in the digital age, 2019, p. 45

Il rapporto dell’EU Science Hub, dunque, risulta interessante proprio per la volontà di puntare l’attenzione sui percorsi educativi e formativi più idonei a garantire l’acquisizione delle soft skills. Da questo punto di vista, il rapporto suggerisce come il conseguimento di un tale obiettivo richieda non tanto un potenziamento delle conoscenze STEM, quanto piuttosto l’ideazione ragionata di curricula formativi ibridi, all’interno dei quali competenze di carattere tecnico-specialistico (hard skills) possano innestarsi su una solida base di conoscenze umanistiche e politico-sociali. Non è un mistero, infatti, che in contesti geografici come quello anglosassone, dove la trasformazione del sistema economico e produttivo sta avvenendo con maggiore rapidità, alcune istituzioni educative stiano lentamente cercando di riformarsi dando vita a percorsi di apprendimento basati su queste direttive generali, come testimonia il nuovo paradigma delle STEAM, che integra le discipline tecnico-scientifiche con una solida base fornita dalle humanities. Appare infatti evidente come power skills quali il pensare criticamente ed in modo creativo, l’esercitare capacità empatiche, possedere abilità comunicative e di argomentazione persuasiva possano più di altre essere acquisite e coltivate attraverso uno studio approfondito delle discipline umanistiche, costituendone per certi versi il vero patrimonio distintivo.

Conclusioni

In attesa di una riforma così impegnativa e capillare del sistema educativo europeo (e non solo) esistono già canali funzionanti che possono essere utilizzati da imprese e lavoratori per acquisire ed esercitare le nuove competenze strategiche per il lavoro del futuro. Tra di essi vi è certamente l’ambito professionale della cosiddetta consulenza filosofica, che mostra come la filosofia possa rappresentare una pratica ed un sapere utile per il mondo aziendale, in grado di offrire un approccio diverso e più completo alla formazione del lavoratore e alla risoluzione dei problemi più importanti delle organizzazioni contemporanee.

Nonostante una simile affermazione possa sorprendere il lettore, in quanto sovverte profondamente l’immagine classica associata al sapere filosofico-umanistico, ritenuto puramente astratto e contemplativo, sono ormai diverse le organizzazioni aziendali che decidono di affidarsi a figure professionali di questo ambito per sviluppare nei loro dipendenti proprio quelle competenze trasversali e di carattere generale che abbiamo definito così centrali per il lavoro 4.0. Ma quali sono le modalità concrete attraverso le quali tutto questo può avvenire e che cosa fa esattamente un consulente filosofico? Troverete la risposta a queste domande nel prossimo articolo, insieme ad altri approfondimenti sul tema.

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