La storia in digitale. Teorie e metodologie

a cura di Deborah Paci
Milano, Unicopli, 2019, pp. 366
€ 29,00 (copertina flessibile)

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Nel panorama piuttosto desolato delle pubblicazioni italiane dedicate alla digital history, spicca un volume edito nel 2019 dal titolo La storia in digitale. Teorie e metodologie, curato da Deborah Paci. Ricercatrice e docente di storia digitale all’Università Ca’ Foscari, Paci è una storica contemporaneista che nel corso della sua formazione accademica ha approfondito con particolare attenzione i fondamenti epistemologici e le metodologie di ricerca della digital history. Proprio attorno a questo tema, espresso nelle sue diverse declinazioni, vertono i contributi che costituiscono il libro. Paci è riuscita a riunire alcuni studiosi di digital humanities di provenienza internazionale creando un volume collettaneo di storia digitale, operazione inedita nel contesto italiano. Infatti, nonostante le prime discussioni sull’incontro fra storia e mondo digitale abbiano ormai più di vent’anni, sono ancora numerose le resistenze e le incomprensioni che parte della comunità degli storici oppone a coloro che si occupano di tali questioni. La storia in digitale, perciò, intende rivolgersi al pubblico italiano per fornire chiarimenti, delucidazioni e indicazioni sugli indirizzi di ricerca presenti e passati. Dato il carattere specialistico dei saggi, potranno usufruirne agevolmente gli addetti ai lavori, siano essi ricercatori interessati ad un approccio digitale alla ricerca o studenti di storia desiderosi di acquisire maggiore consapevolezza in materia.

I temi

La struttura del testo rende immediatamente identificabili le direzioni verso cui tendono i vari capitoli del saggio. La prima parte, che raccoglie i contributi di Mateus Pereira e Valdei Araujo, Anaclet Pons e Deborah Paci, ha un carattere eminentemente teorico e riflette sullo statuto epistemologico della storia digitale, considerata come un settore di ricerca in grado di rispondere in modo innovativo alle domande degli storici, ma che consente pure di formulare interrogativi impensabili – si consideri l’analisi dei big data – prima del digital turn. La seconda parte, invece, mette a fuoco le potenzialità offerte dagli strumenti di elaborazione cartografica digitale GIS; gli autori, Arturo Gallia e Tiago Luís Gil, puntano a dimostrare come i Geographic Information Systems possano rappresentare il punto di partenza per ulteriori studi e ricerche. Nella terza parte invece si trovano gli articoli di Federico Mazzini, Alexander Maxwell e Francesco Maccelli, dedicati alle trasformazioni dell’archivistica, alla conservazione dei documenti nati digitali e alle modalità con cui è possibile ricostruire la storia del web. La quarta parte si concentra sull’analisi dei testi letterari in digitale. In particolare, Nasreen Iqbal Kasana e Amitabh Vikram Dwivedi si soffermano sugli svantaggi in termini di sovraccarico cognitivo dovuto all’intertestualità nel percorso di lettura in digitale, mentre Corinne Manchio riporta un caso di utilizzo della tecnica del text mining, una metodologia di ricerca che ha aperto nuove prospettive interpretative negli studi filologici: essa consente, ad esempio, di creare delle statistiche strutturate sulla frequenza e sul contesto di utilizzo di uno o più termini da parte di un autore. L’ultima parte, infine, raccoglie i contributi di Mario Prades Vilar, Saverio Almini e Gregorio Taccola, Jacopo Bassi, i quali hanno come fil rouge la vexata quaestio della comunicazione della storia da parte degli esperti nel mondo digitale e nella scuola, con un focus sui blog scientifici, la ricostruzione storica di una raccolta museale attraverso sistemi digitali e alcune osservazioni sui manuali scolastici digitali.

A conclusione degli articoli veri e propri è presente una sezione denominata “Bussole”, che presenta degli scritti di poche pagine riguardanti argomenti diversi: l’archivistica digitale, il digital (hi)storytelling e la text analysis. Nonostante la brevità, questi interventi sono di grande interesse perché, oltre a presentare una bibliografia essenziale riguardante i temi trattati, forniscono un’idea dei percorsi di ricerca attualmente in atto nel campo della digital history. L’eterogeneità degli interessi e dei punti di vista degli autori, a volte anche contrastanti fra loro, non impedisce al lettore di individuare alcune basi comuni – sebbene queste non siano esplicitate – che conferiscono un indirizzo unitario al testo. Innanzitutto, la digital history viene da tutti considerata un approccio metodologico ormai ben consolidato, con una sua storia, gruppi di ricerca e obiettivi ben precisi, al di là delle opinioni inesperte e disinformate che si potrebbero avere in proposito. Inoltre gli autori, dai più entusiasti ai più critici, mostrano in modo più o meno consapevole come la storia oggi debba fare i conti con la rivoluzione digitale, sia per quanto riguarda le potenzialità tecniche dei big data, dei software, dei siti e dei blog, sia come oggetto di studio. Come evidenzia Serge Noiret nella prefazione al volume, gli storici del XXI secolo non possono trascurare né fare a meno del digitale. Si tratta però di un campo in continua espansione, di qui il carattere “aperto” di questa pubblicazione, che istituisce alcuni punti fermi, pur sottolineando in tutti i suoi saggi il fatto che sono ancora molti i sentieri che si possono tracciare nel territorio della digital history.

Logo di Internet Archive, uno dei principali sistemi di archiviazione di documentazione nato digital

Alcune annotazioni

La storia in digitale, come abbiamo detto, espone una serie abbastanza ampia di problemi, presentati in maniera scientifica e professionale: ciò è sicuramente un vantaggio per i professionisti, ma può costituire uno scoglio per chi si avvicinasse al testo – studenti, appassionati e così via – privo di una formazione di base nel campo delle digital humanities. Il volume in questione, sia chiaro, non è un manuale: le conclusioni generali vanno estrapolate da interventi talvolta molto specifici e circoscritti, riguardanti questioni specialistiche che non sono affatto di immediata comprensione. In ogni caso, la trattazione procede in maniera abbastanza fluida, tenendo conto anche del fatto che sei dei saggi del volume sono il frutto di traduzioni da altre lingue. In merito alla bibliografia, sia quella contenuta a conclusione delle “Bussole”, sia quella generale, piuttosto ampia, va detto che essa costituisce un valore aggiunto, uno strumento utile per districarsi nella selva delle pubblicazioni sulle digital humanities ed individuare i lavori più significativi e influenti; nonostante manchi purtroppo un indice dei nomi, leggendo il testo nella sua interezza si riesce a capire quali siano oggi i saggi e gli studiosi di riferimento.

Il volume curato da Paci riporta alcuni risultati di ricerca, ma è soprattutto un’opera propositiva, che punta a creare una sensibilità diversa nei confronti del connubio tra una disciplina umanistica come la storia e una disciplina tecnica come l’informatica. Dal punto di vista storiografico, La storia in digitale ha il pregio di puntare i riflettori sulle novità teoriche connesse alla rivoluzione digitale, come ad esempio la possibilità di avere accesso e poter elaborare banche dati immense. Molti degli autori, infatti, sottolineano come i metodi di ricerca quantitativi basati sui big data, pur non potendo sostituire i metodi qualitativi, permettono di elaborare domande complesse, come ad esempio scoprire delle tendenze di lungo periodo nella storia economica, come mai prima d’ora era stato possibile. Un’altra questione di grande importanza, direi urgente, proposta più volte nel volume è quella della comunicazione scientifica nel web: dai blog scientifici che coinvolgono gli utenti della rete alle azioni di debunking di ricostruzioni storiche falsate o negazioniste, il mondo digitale pone allo storico una serie di interrogativi etici e deontologici imprescindibili, come sottolinea la curatrice in un webinar organizzato da Zanichelli.

Conclusioni

Dovendo fornire un’idea complessiva del volume curato da Deborah Paci, una delle caratteristiche per cui può essere sicuramente apprezzato è l’equilibrio che accomuna i diversi interventi: non si riscontrano difese a spada tratta della disciplina in esame né sentenze definitive in merito ad alcunché; la tendenza generale è quella di sottolineare maggiormente i vantaggi, sbilanciando il giudizio verso una visione ottimistica della storia digitale. L’alto livello di specializzazione dei saggi è un vantaggio per un lettore interessato ad un tema preciso, ma è anche un fattore di difficoltà per chi volesse cercare di farsi un’idea generale. Infine, un grande pregio è quello di aver riunito esperti di diversa formazione e provenienza, i quali contribuiscono a fornire un apporto differente a seconda del loro retroterra culturale e accademico. La speranza è che La storia in digitale riesca a increspare la superficie del dibattito italiano sulla digital history e a provocare una buona ondata di reazioni, che portino ad una riflessione collettiva capace di mettere in luce i punti fondamentali e allo stesso tempo i limiti da superare, in modo da fornire linee guida costruttive per la storiografia.

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