Se dovessimo riassumere in una sola parola il sentimento prevalente nella popolazione giovanile italiana (e non solo) rispetto al proprio futuro professionale, potremmo certamente utilizzare termini come “incertezza”, “sfiducia” o “rassegnazione”. È questo il quadro preoccupante che emerge da un recente sondaggio condotto dall’Istituto demoscopico Antonio Noto per conto del quotidiano La Nazione. Quest’ultimo rivela infatti come solo il 20% degli under 25 intervistati abbia ottime aspettative per il futuro, mentre solamente il 15% si vede tra 10 anni con un lavoro stabile, ed il 42% ritiene che per avere fortuna dovrebbe certamente lasciare il nostro Paese. Uno stato complessivo di profonda insicurezza, dunque, dettato soprattutto dalla scarsa fiducia che i giovani ripongono nelle attuali capacità delle istituzioni educative nel garantire una formazione adeguata alle richieste del mercato del lavoro. Secondo i risultati del sondaggio, infatti, ben il 57% dei millennials italiani intervistati è convinto che sarà costretto ad accettare un lavoro in netta discontinuità rispetto alle competenze acquisite durante il percorso di formazione scolastico e universitario.

Tuttavia, la questione del mismatch tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle acquisite attraverso i percorsi formativi tradizionali e dunque disponibili sul mercato, lungi dall’affliggere esclusivamente il nostro paese, rappresenta un problema di portata pressoché globale. A sottolinearlo è il report Fixing the Global Skills Mismatch, realizzato dal Boston Consulting Group e pubblicato a gennaio 2020, che evidenzia come la mancanza di lavoratori adeguatamente formati per i ruoli professionali del mondo del lavoro attuale incida in maniera assai significativa sulla dinamiche di crescita, gravando come una tassa del 6% sull’economia globale, pari a circa 5 miliardi di dollari. Nel rapporto, inoltre, si legge come lo skills mismatch, che allo stato attuale coinvolge circa 1,3 miliardi di lavoratori in tutto il mondo, ossia il 40% di tutti quelli dei paesi OCSE, sia di fatto destinato ad aumentare nei prossimi anni, arrivando a coinvolgere oltre 1,4 miliardi di persone entro il 2030, con danni sempre più profondi per l’economia mondiale.

La ragione principale che in parte alimenta e giustifica i timori dei giovani italiani intervistati, così come le preoccupanti stime elaborate dal Boston Consulting Group, è rappresentata da una delle trasformazioni più rapide e sconvolgenti che abbiano mai attraversato il tessuto economico e produttivo globale negli ultimi cento anni: la rivoluzione digitale.

La Digital Transformation e Industry 4.0

In riferimento all’attuale mondo del lavoro, con il termine Digital transformation si è soliti indicare le molteplici applicazioni delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) ai processi e sistemi produttivi che conducono ad una radicale riconfigurazione dei modelli di business e dei modelli organizzativi, come degli stessi prodotti finiti. Sebbene il fenomeno possa dirsi in atto oramai da parecchi anni, nell’ultimo periodo esso ha assunto un ritmo e una velocità di affermazione sconosciuti in precedenza, anche grazie alla costante evoluzione della strumentazione tecnologica disponibile per le imprese e le persone, che si è accompagnata ad una progressiva diminuzione dei suoi costi di utilizzo. I principali risultati di questo vertiginoso sviluppo tecnologico stanno già avendo una vastissima applicazione nei campi più disparati del sistema economico globale. Tecnologie emergenti come i Big Data e i software di analisi dei dati, Internet of Things, Addictive Manufacturing e, più di recente, la robotica e l’Intelligenza artificiale rappresentano senza alcun dubbio le ruote motrici di questa impressionante trasformazione, che sta progressivamente raggiungendo tutti i settori lavorativi, e i cui limiti e potenzialità restano tuttora difficili da stabilire anche per gli esperti del fenomeno. In ambito aziendale, per definire l’impiego integrato di queste tecnologie è diventata di uso comune l’espressione Industry 4.0 o smart factory, utilizzata per la prima volta in Germania all’inizio dello scorso decennio per identificare il nuovo paradigma economico, caratterizzato da una produzione sempre più automatizzata e interconnessa. L’impatto di Industry 4.0 nei contesti nazionali più avanzati dal punto di vista tecnologico ha già determinato radicali trasformazioni di molteplici aspetti della catena lavorativa, consentendo una crescente smaterializzazione delle filiere produttive, una costante spinta al rinnovamento dei modelli di business, la ridefinizione delle modalità di relazione con mercati e clienti, e una sempre maggiore integrazione tra ambiente fisico e virtuale, grazie alla presenza pervasiva di dispositivi interconnessi che monitorano l’ambiente di lavoro in tempo reale, creando veri e propri cyber-physical systems.

La corrispondente della CNBC Elizabeth Schulze illustra le caratteristiche e gli esiti principali di Industry 4.0

Il lavoratore 4.0 e le sue competenze

La conseguenza forse più evidente di queste trasformazioni è proprio la riconfigurazione dello spazio di lavoro, che risulta sempre più caratterizzato da un altissimo tasso di interdipendenza tra uomini e dispositivi intelligenti e tra gli stessi dispositivi, in grado ora anche di autoregolarsi in base alle condizioni esterne e di apprendere progressivamente grazie agli algoritmi di machine learning. Ciò che si crea è dunque un vero e proprio “ecosistema digitale“, all’interno del quale acquista un significato radicalmente nuovo anche lo stesso agire lavorativo. Infatti, come evidenziato da alcune recenti pubblicazioni, raccolte in Il lavoro 4.0 (Cipriani, Gramolati, Mari 2018), la trasformazione dei processi produttivi e dei sistemi organizzativi comporta il venir meno dell’azione lavorativa ripetitiva e standardizzata propria del vecchio paradigma fordista, in favore di un paradigma d’azione profondamente diverso, che richiede al lavoratore maggiore responsabilità e autonomia, nonché capacità creative e immaginative assai sviluppate, essenziali per scegliere tra gli innumerevoli percorsi d’azione e di configurazione dei prodotti finiti concessi dalle nuove tecnologie. Pertanto, si può certamente affermare che l’impatto più evidente della digital transformation è rappresentato dall’esigenza di una modifica nel profilo del lavoratore standard, il quale non può più limitarsi alla semplice applicazione ripetitiva di conoscenze apprese in precedenza, ma è costretto in misura sempre maggiore ad esercitare capacità critiche, creative e riflessive rispetto alle proprie strategie d’azione e ai propri obiettivi, come nei confronti del contesto in cui opera abitualmente. Egli di fatto è chiamato a generare continuamente nuove conoscenze a partire da ciò che ha a disposizione, a diventare più innovatore che semplice produttore. Alla luce di simili trasformazioni è dunque possibile sostenere come nel nuovo paradigma di Industry 4.0

la produzione di valore non avviene tramite l’applicazione di sapere precedentemente appreso, che ci si limita a replicare o ad usare, ma richiede una rielaborazione attiva e una trasformazione generativa di quanto conosciuto.

Massimiliano CostaFormatività e lavoro nella società delle macchine intelligenti, Milano, Franco Angeli, 2019, p. 23

Conclusioni

A questo punto appare evidente come la transizione verso il nuovo paradigma di produzione e azione lavorativa di Industry 4.0 ponga in primo piano la forte necessità di fornire ai lavoratori del prossimo futuro competenze diverse da quelle attualmente diffuse. Ma quali sono esattamente le nuove competenze richieste dalla digital transformation e come possono essere acquisite? A questa e ad altre importanti domande cercheremo di dare una risposta in un articolo di prossima pubblicazione.

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