Nel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia

Marco Martinelli
Milano, Ponte alle Grazie, 2019, pp. 155
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Amore e studio. Quanto suona strano il binomio? Quanto antitetici si presentano i due termini, agli occhi di chi è o è stato studente? “Amore” è la parola degli spazi liberi e dei pomeriggi estivi, delle serate in spiaggia fino a tardi e dei risvegli a mezzogiorno; “studio” è quella delle mattine di pioggia passate sui banchi a scuola, delle sveglie che suonano sempre troppo presto, delle serate trascorse sui manuali, delle interrogazioni, dei compiti… Amore e studio: due universi complementari che non si intersecano. Eppure c’è studio nell’amore e amore nello studio.

Affrontare i classici

Collochiamo i classici della letteratura quasi sempre nel mondo dello studio: li leggiamo non come libri, ma in quanto voluminosi “mattoni”, materiale da costruzione per i nostri personali monumenti, pietre da edificazione morale. Si fatica ad accasare, tra queste mura, l’affetto che provano le persone vive, in carne ed ossa, che si scambiano sguardi, parole dolci, carezze. È un cimitero, quello popolato dai classici. Ma c’è chi, al cospetto della sontuosa lapide di colui che, in Italia, è il classico, sa ritrovare anche i ricordi d’infanzia e del padre. Marco Martinelli (autore di Nel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia, Ponte alle Grazie, Milano, 2019) è drammaturgo e regista, uno dei quattro fondatori del Teatro delle Albe, e non abbandona mai il confronto con i grandi classici. Legge un libro come la Commedia e sente le parole animarsi, tramutarsi in presenze, ombre, fantasmi, assumere l’aspetto antropomorfo dell’attore teatrale e muoversi sulla scena. Da scrittore di teatro, ad affascinarlo è la drammaticità degli endecasillabi danteschi:

La Divina Commedia è grande teatro. Sul suo palcoscenico appaiono più di 500 personaggi. [...] D’altronde, fin dal titolo: Commedia, Dante si rivela far parte dei “technitai Dionisou”, i “tecnici di Dioniso”, così come i greci antichi chiamavano la gente di teatro, i fedeli di Dioniso, di quel dio che poteva morire come gli uomini ma poi sapeva risorgere, come l’attore sulla scena tutte le sere.

Marco MartinelliNel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia, Milano, Ponte alle Grazie, 2019, p. 98

L’esempio dei padri

Martinelli è nato a Reggio Emilia, ma è cresciuto a Ravenna, una città in cui «non è possibile non inciampare su Dante». Quando suo padre Vincenzo lo accompagnava in bicicletta al liceo, passavano

davanti al tempietto settecentesco del Morigia che accoglie le spoglie mortali del poeta, e talvolta papà diceva, con tono finto-misterioso: “il ghibellin… fuggiasco!”, e giorni dopo mi buttava lì solo la prima parte della frase, perché io la concludessi.

Marco MartinelliNel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia, Milano, Ponte alle Grazie, 2019, p. 10

Dante, padre della lingua italiana, e il padre di Marco, Vincenzo, sono i due fili che si intrecciano nella trama dell’opera Nel nome di Dante: la macro-storia (la Storia con la maiuscola) e la micro-storia (la storia con la minuscola), le vicende dei vivi e dei morti, dei piccoli e dei grandi, di cui vengono rivelate le saldature e le continuità. Nelle pagine del libro di Martinelli si può leggere dell’Emilia della metà del Novecento e capire di più della Firenze di fine Duecento, nella quale ci si può calare e scoprire la Siria in macerie o la Scampia degli omicidi di Gomorra; si possono rivivere gli attentati degli anni Settanta e gli scontri di Guelfi Bianchi e Neri e riconoscervi lo stesso inferno in cui sa precipitarsi l’umanità.

Nel nome di Dante è, in parte, anche un libro d’inferno: l’Inferno in cui un poeta “nel mezzo del cammin di sua vita” si addentra dopo aver smarrito la retta via, ma anche l’inferno di macerie della Firenze devastata da Guelfi e Ghibellini, dove cammina un Dante adolescente, attento osservatore delle bolge di disumanità che gli esseri umani raggiungono.

Camminare oltre l’inferno

Non esiste solo l’inferno. C’è il cammino attraverso l’inferno e, infine, oltre l’inferno. C’è un percorso mistico e umano di crescita e redenzione: quello del Dante che, in esilio, grazie alla penna di poeta, è asceso al Paradiso, e quello di Vincenzo, giovane soldato rinchiuso nei gironi dei lager nazisti e poi, da uomo adulto, energico funzionario della Democrazia Cristiana, esule volontario; in vecchiaia, nuovamente padre amorevole: quello dell’autore stesso, Marco Martinelli, guidato dall’amore per il teatro attraverso le difficoltà della pratica drammaturgica nell’Italia di provincia, al di fuori dei percorsi istituzionalizzati – un’avventura che l’autore racconta in Aristofane a Scampia. Come far amare i classici agli adolescenti con la non-scuola, Milano, Ponte alle Grazie, 2016 –, ma c’è anche il cammino dello stesso lettore. È, infatti, al lettore (al «giovanissimo» lettore) che Martinelli si rivolge:

Non sto scrivendo questo libro per gli specialisti, che pure fanno il loro, e di cui mi nutro, riconoscente. So bene quanta distanza ci sia tra noi e l’epoca di Dante, quanto grande sia il rischio di fraintendere una lingua, una cultura così lontane dalle nostre. Lo so. Eppure è un rischio che devo correre. Perché per quanto indietro, forse Dante ci è ancora davanti. Perché questo libro lo sto scrivendo soprattutto per i ragazzini e le ragazzine di questo nostro martoriato Paese. Perché possano subire lo stesso fascino, lo stesso stordimento che provavo io quando, adolescente, cominciai a entrare in quella cattedrale rilucente di oscurità che è la Commedia, portato per mano da mio padre.

Marco MartinelliNel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia, Milano, Ponte alle Grazie, 2019, pp. 21-22

I giovanissimi lettori

Disincantati, cinici, “giovani adulti”. Vengono definiti così i ragazzini e le ragazzine di oggi. Essi stessi costruiscono la loro identità all’interno di queste etichette. Non parlano d’amore, perché se ne vergognano, ma lo provano e non sanno come viverlo; sanno studiare, ma non amano lo studio, perché non hanno mai imparato ad amarlo. A questa generazione, per cui «la diritta via è smarrita» (ma per quale generazione di adolescenti non lo è?), Marco Martinelli propone un cammino di studio e di amore. È di amore (quello per Beatrice) e di studio il cammino di Dante attraverso Inferno e Purgatorio, fino al Paradiso. Il poeta muove il primo passo proprio saldando amore e studio:

Io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna.

Dante AlighieriVita nova, § 42, a cura di Guglielmo Gorni, Torino, Einaudi, 1996

Mi piace pensare che sia da quest’ultimo capitolo della Vita Nova che al significato originario del latino studium (desiderio, impulso, favore) si affianchi anche l’accezione più moderna di “ricerca intellettuale finalizzata a soddisfare un desiderio”. Se pure così non fosse, è questo studio il nerbo della vita del Dante di Martinelli: non unicamente il raffinamento delle proprie capacità poetiche, in nome dell’amore sublimato per una donna; ma anche l’impegno e la passione per la politica, intesa come non tifoseria da fazione, bensì filantropia e desiderio di dedicarsi al miglioramento delle sorti dell’umanità, un impegno e una passione che anche il più disilluso Dante dell’esilio mai avrebbe abbandonato – lo stesso impegno e la stessa passione di Vincenzo Martinelli.

Classici per crescere

Nel nome di Dante vuole essere un Virgilio per le generazioni di nuovi lettori, così come Vincenzo lo è stato per Marco. Se oggi sembra un ossimoro l’espressione “giovanissimo lettore” è perché libri come quello di Martinelli servono più che mai perché gettano ponti tra i secoli e connettono, oltre il tempo, i grandi classici, come la Commedia, e i piccoli contemporanei, studiosi desiderosi di grandezza e amore.

Così puoi leggerlo, giovanissimo lettore, e farlo risuonare in te quel canto fatto di tre cantiche fatte di cento canti, come se Dante nell’uscire dalla “selva oscura” della sua disperazione avesse pensato a te, a te e a nessun altro. Anche a sette secoli di distanza.

Marco MartinelliNel nome di Dante. Diventare grandi con la Divina Commedia, Milano, Ponte alle Grazie, 2019, p.22

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