«La storia siamo noi, nessuno si senta escluso» cantava Francesco De Gregori in una celebre canzone della nostra tradizione, anticipando quanto sarebbe accaduto nell’imminente futuro. È giunto il momento di trasformare in realtà questo verso di canzone italiana assumendo un ruolo di partecipazione attiva nei confronti della storia, poiché ne siamo noi i principali fruitori.

Oggigiorno siamo immersi nella fase storica che Luciano Floridi denota con il termine «quarta Rivoluzione», tratteggiando così l’infosfera globale in cui si disperde nel canale della comunicazione il confine tra la vita online e quella offline (Paci 2019, 81-82). Il digitale penetra talmente nella nostra quotidianità da farci vivere in simbiosi con le nuove tecnologie; abitiamo all’interno di una comunità virtuale che ha modificato la dimensione spazio-temporale, “temporalizzando il tempo”, coniugando dunque passato, presente e futuro in un’unica estensione, percepita perennemente al tempo presente. Per evitare che il potere cibernetico prenda pieno possesso delle nostre vite e che il “dataismo” diventi ortodossia, abbiamo il compito di ripensare le discipline umanistiche adattandole a questo momento per crearne orizzonti nuovi (Pereira-Araujo 2019, 45). Questo è compito della public history: ma che cos’è e che sfida ci presenta? La nuova scienza propone un cambiamento di prospettiva che situa al centro dell’attenzione il singolo come attore partecipativo della conoscenza storica, celebrando così l’avvento di un umanesimo che amalgama la riscoperta delle dottrine umanistiche alle pratiche informatiche.

La public history in Italia

L’Associazione Italiana di Public History (AIPH) definisce la public history come «un campo delle scienze storiche a cui aderiscono storici che svolgono attività attinenti alla ricerca e alla comunicazione della storia all’esterno degli ambienti accademici nel settore pubblico come nel privato, con e per diversi pubblici. È anche un’area di ricerca e di insegnamento universitario finalizzata alla formazione dei public historian» (AIPH 2018). Gli storici sono quindi resi mediatori tra i saperi accademici ed il pubblico outside the building, secondo quanto sostiene Serge Noiret, presidente dell’AIPH. Tale disciplina rimette perciò in discussione il ruolo del pubblico, che da passivo diviene attore attivo e partecipativo alla pratica storica al fine di creare una memoria collettiva. «La pratica della storia è sempre stata ‘pubblica’ in un certo senso» (Noiret 2017, 18) ma diventa di dominio collettivo grazie alle nuove tecnologie, che hanno modificato la comunicazione. Infatti, i canali di diffusione della storia, con l’avvento del web 2.0, sono innumerevoli: film, documentari, social media, rappresentazioni teatrali, musei multimediali ed interattivi…

Queste pratiche di digital storytelling rappresentano strumenti moderni per produrre e comunicare contenuti cross-mediali che favoriscono l’unione tra formale ed informale e l’intreccio tra piano educativo, informativo e di apprendimento (Felicitati 2019, 313-317); ciò risulta un fattore positivo se si considera il fatto che non esistono più gerarchie tra i destinatari che, secondo Prensky, divergono tra nativi digitali (nati nell’era digitale), coloni digitali (coloro che hanno assistito al boom tecnologico e primi a sperimentarlo) ed immigrati digitali (i quali sono stati obbligati ad adattarsi ai new media). Il rischio ormai reale è causato dalla moltiplicazione delle piattaforme partecipative, come Facebook ed Instagram, che hanno portato ad un fenomeno intenso di produzione e condivisione di storie tra i digital native con effetti virali e che consentono a personaggi di poco spessore di assumere un ruolo da influencer, veicolando così comportamenti di massa usufruendo dei social – potenzialmente portatori di aggiornate pratiche comunicative – in modo scorretto (Felicitati 2019, 313-316). Pertanto, compito della public history è quello di muoversi controcorrente per restituire il valore civile che lo studio e la conoscenza storica dovrebbero rappresentare attraverso nuove forme di storia collaborativa, al fine di creare un pubblico più consapevole e scientificamente informato. Attraverso la creazione di blog, il public historian è in grado di filtrare le informazioni e di contrastare il crearsi di memorie collettive o nazionali fondate su una percezione distorta della storia.

Una mappa di alcuni social network

Esempi di piattaforme collaborative

La public history si manifesta in blog e app: Resistenzapp, per citare un esempio, è un’app per smartphone che georeferenzia gli eventi della Liberazione ed è utile per acquisire competenze storiche in ambito scolastico o per interesse personale. Per i digital native che possiedono una memoria visivo-multimediale è un valido supporto per memorizzare facilmente gli eventi che hanno caratterizzato la Resistenza Italiana. Un’altra prova di crowdsourching (ricerca proveniente dal basso, cioè dal pubblico) è rappresentata da The September 11 Digital Archive, archivio proveniente dai familiari delle vittime dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle che ha scosso il mondo. Questo è un blog in cui l’utente può postare ricordi e lasciare un commento per trasformare il passato in storia collettiva.

Un’esperienza partecipativa è proposta inoltre dal Museo M9 di Mestre, interamente dedicato alla storia del ‘900. Qui filmati ed effetti speciali vengono creati per proiettare il visitatore indietro nel tempo, offrendogli la possibilità di immedesimarsi nel periodo storico voluto. Tale struttura è così emblematica per la public history, che la prossima conferenza dell’AIPH per il 2020 si terrà proprio in tale luogo.

Il museo M9 di Mestre (Venezia)

Prospettive future di una disciplina in grande crescita

Novità assoluta è il fatto che la public history scaturisce da una richiesta proveniente dalla comunità che chiede di incontrare il passato sotto diverse forme: dai media alle piazze, dalla rete alle discussioni pubbliche.

Per salvare la professione storica la public history è necessaria, perché porta con sé un notevole rinnovamento della pratica professionale e il confluire di varie professioni sotto il denominatore comune della storia e, di conseguenza, una salutare apertura a nuove professionalità.

Serge NoiretLa Public History: innovazioni metodologiche, in «Storia e futuro», 45, dicembre 2017

La reinvenzione delle forme comunicative e la direzione interdisciplinare intrapresa dal nuovo settore sottolineano la necessità di incorporare fonti e metodi aggiornati alla pratica tradizionale della storia, per guardare al passato nella sua dimensione pubblica. In un paese che vive di cultura, di patrimonio archeologico e urbanistico, di paesaggi, di musei e di turismo, gli sbocchi professionali saranno molti, basti pensare altresì a come la nuova pratica storica possa esercitare un influsso positivo e duraturo sulla cultura mainstream, in modo da spingerla a migliorare la qualità e l’accuratezza di film, documentari e romanzi di argomento storico. I nuovi professionisti si troveranno ovunque: nei musei, nei siti archeologici e nelle piattaforme multimediali. Il dibattito è aperto e la public history è diventata «disciplina glocale che considera la storia e la presenza del passato nelle nostre società al di fuori del mondo accademico», come ha affermato ancora Noiret (che si cita da Guerri 2018), e questa è divenuta ormai parte dell’orizzonte culturale del nostro paese.

Serge Noiret chiarisce il concetto di public historian ed il suo ruolo professionale

Per saperne di più

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