Verba volant, scripta manent. Quando la pergamena ha preso il posto del papiro, inaugurando i più forniti laboratori di stiraggio del vello, la cultura ha senz’altro ringraziato. Dal II secolo avanti Cristo fino a tutto il Medioevo gli uomini di lettere si sono assicurati il mezzo per trasmettere i testi ai posteri, fissandoli in un supporto (più o meno) sicuro. Pari merito va alle fibre vegetali della carta, agli Arabi che dalla Cina l’hanno introdotta, alla pila idraulica di Fabriano e alla copia seriale prodotta dalla stampa. La storia dei supporti scrittori, oltre ad avere un certo fascino, obbliga a una considerazione: il nostro concetto di conoscenza è profondamente e storicamente legato al concetto di scrittura. A questo punto però voglio fermarmi. Cambiamo prospettiva: spostiamo lo sguardo dalla storia della trasmissione del testo e volgiamolo al progresso tecnologico che fa da sfondo a questa storia. Più in particolare, guardiamo ai fautori di questo progresso. Con nessuna rabbia, non lanciando alcuna accusa né comminando pene – tanto non vale la retroattività – diremo: il progresso è uomo. Le humanae litterae hanno visto i calami di grandi poeti, prosatori o musicisti correre su supporti disparati e, che in tutto questo il genere femminile, fatte salve alcune eccezioni, fosse messo da parte, è storia nota. Se scrivere è trasmettere un messaggio agli altri, la scrittura è il mezzo più potente per dire chi siamo e per dire che ci siamo, anche quando effettivamente non ci saremo. E quindi, assicurarsi che i testi potessero essere letti significava garantire un supporto di copiatura che mantenesse impresse quelle parole, rendendone il messaggio imperituro, significava garantire la memoria dell’autore del testo, significava poter parlare di lui e delle sue idee, significava, allora, che la scrittura non era cosa per donne.

Un genere di passaggio e un passaggio di genere

La storia dello sviluppo tecnologico atto a garantire la trasmissione dei testi è segnata, però, da un ulteriore passaggio: quello al digitale. Tra i timori dei nostalgici, che rimpiangono il libro come oggetto concreto della cultura, e gli entusiasmi dei progressisti, emozionati al pensiero di un patrimonio digitale indeperibile, continua ad avvenire ai nostri giorni un nuovo processo di trascrizione dei testi su un supporto questa volta invisibile. Nel 1991 vede la luce HTML, HyperText Markup Language, il linguaggio principale impiegato per trascrivere testi destinati ad apparire nelle pagine web. Nel 1997 nasce XML, eXtensible Markup Language, un linguaggio che si serve di marcatori o tag per contrassegnare i diversi elementi strutturali di cui consta un testo e descriverne la funzione. Vengono in altre parole sviluppati dei metodi per scrivere e descrivere un testo che possa essere letto in formato digitale. Il testo digitale esula dalle tradizionali categorie di foglio e rigo di scrittura, ma consta comunque di un messaggio verbale e della sua facoltà di trasmissione. Tale testo, sussistendo solo a livello astratto e prescindendo dal tempo e dallo spazio, non è deperibile ed è soprattutto accessibile a tutti.

Questa profonda svolta in buona parte si deve a una donna della fine dell’800, Ada Lovelace, ricordata come la prima programmatrice di computer all’epoca in cui il computer non esisteva ancora. Figlia di un poeta e politico inglese e di una matematica (Anne Isabella Milbanke), Ada fu la prima scienziata ad elaborare un algoritmo per una macchina e a prefigurare l’idea di intelligenza artificiale di un dispositivo che potenzialmente, secondo Ada, avrebbe potuto spingersi ben oltre il mero calcolo numerico. La lungimiranza della giovane matematica fu difesa un secolo dopo da un’altra scienziata, Rita Levi Montalcini, sensibile alla causa della discriminazione subita dalle ricercatrici donne in ambito scientifico. Non solo. Strenua difenditrice di un progresso sostenibile, la Montalcini esalta il cervello umano, le sue facoltà cognitive e le sue potenzialità, spesso non sfruttate e sopite dall’ignoranza. Soprattutto, la scienziata ha enfatizzato l’importanza delle nuove tecniche di apprendimento in un mondo in continuo mutamento quale quello di internet, che ha determinato in noi un cambiamento di stimoli e necessità. In questo momento la rivoluzione digitale va cavalcata, ma con criterio: internet, ampliando l’orizzonte d’analisi a quanto finora è rimasto in posizione marginale, si configura come la nuova dimensione priva di limiti spazio-temporali che le future generazioni potranno sfruttare per affrontare i drammi dell’intero mondo. Per Montalcini (2006) lo spazio digitale è il luogo in cui praticare una «cooperazione locale nella rete globale». Questo forte appello alla collaborazione riguarda tutti, trasversalmente, e non fa distinzione di sesso, estrazione sociale o cultura. Possiamo dire oggi che il passaggio al digitale è stato un “genere” di passaggio, come lo è stato quello dal papiro alla pergamena e dalla pergamena alla carta, ma è stato anche un «passaggio di genere», poiché ha aperto a tutti le porte della cultura e del dialogo, invitando ad entrare quanti sono rimasti al di fuori per lungo tempo. Tra questi, le donne.

Responsabilità collettiva

Nell’era digitale la cultura continua quindi a ringraziare. Ma questa volta ringrazia anche molte donne. Voglio parlare di due casi: uno negli USA, in California, l’altro in Italia, a Venezia. Quando nel 1971 Marianne McDonald discusse la sua tesi di laurea sul lessico euripideo nella University of California, avanzò una proposta mai fatta fino ad allora: la creazione di un database digitale che raccogliesse testi di letteratura greca – lo stesso che Henri Estienne aveva concepito nel 1830, in cartaceo. Le nuove scoperte papiracee effettuate a partire dal XIX secolo avevano imposto la necessità di lavorare a nuovi lexica che estendessero il corpus ai testi greci appena scoperti, e Marianne non mancò di sottolineare la necessità di ricorrere alle allora neonate tecnologie digitali.

Fu grazie a lei che nacque il TLG, Thesaurus Linguae Graecae, ad oggi tra i più grandi strumenti di ricerca digitale impiegati dai classicisti, che contribuisce a rendere accessibile il patrimonio letterario greco ed è in continua evoluzione. L’attuale direttrice, Michela Pantelia, formata in studi classici alla Ohio State University, lavora all’aggiornamento del database, strutturale e contenutistico al contempo: dal 2002 ha contribuito all’estensione del canone letterario integrando nel TLG il Lexicon zur byzantinischen Gräzität e dal 2002 al 2004 ha collaborato con lo Unicode Technical Committee per garantire che i caratteri greci impiegati potessero essere universalmente riconosciuti. Il fine ultimo, infatti, è la condivisione del sapere e la piena accessibilità per gli utenti. Quest’obiettivo necessita di cooperazione (come Montalcini aveva già prefigurato) e non può prescindere da un lavoro di squadra.

Con lo stesso spirito e più vicino a noi, all’interno dell’Università Ca’ Foscari di Venezia le digital humanities trovano sempre più spazio di espressione. Nasce qui il progetto digitale Axon, da cui la rivista Axon. Iscrizioni storiche greche, che si ripropone di raccogliere studi dedicati a singole iscrizioni greche, fornendo per ciascuna di esse una scheda digitale costruita secondo standard e lessico condivisi, e che confluisce in un database liberamente consultabile. Sotto la progettazione di due donne, Silvia Palazzo e Michela Socal, il comitato scientifico, che fa capo alla direttrice Stefania De Vido, consta di quattro donne su cinque. Nell’era del digitale rendere i dati accessibili, in fondo, diventa una questione di responsabilità e forse le donne, per secoli escluse dalla possibilità di accedere alla cultura, hanno oggi una più viva motivazione a diffondere e condividere il sapere.

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