Che cos’è un’edizione scientifica digitale

Tiziana Mancinelli, Elena Pierazzo
Roma, Carocci, 2020, pp. 125
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Che cos’è un’edizione scientifica digitale è il nuovo libro di Tiziana Mancinelli, specialista nella modellazione e produzione di edizioni digitali, ed Elena Pierazzo, docente presso l’Università di Tours ed esperta di teoria e metodologia della filologia digitale. Il libro – pubblicato a gennaio 2020 – intende offrire una panoramica sulle nuove metodologie e prassi ecdotiche all’interno dell’ambiente digitale ad un pubblico non necessariamente di esperti in editoria elettronica o informatica per le scienze umanistiche, ma anche a chiunque voglia prendere consapevolezza di questo cambio di paradigma. Le autrici, quindi, si prefiggono lo scopo di fornire un’adeguata chiave di lettura a questo vasto e variegato fenomeno delle edizioni digitali attraverso una presentazione sommaria delle nuove tecniche: infatti, l’opera non ha la pretesa di insegnare a sviluppare queste tecniche – tantomeno di presentare una tassonomia delle edizioni digitali – ma di farne comprendere il reale funzionamento e perché possono rivelarsi utili per le scienze umanistiche.

Mancinelli e Pierazzo mappano un’area ancora inesplorata, ponendo subito l’interrogativo su che cosa sia un’edizione scientifica e in particolare un’edizione scientifica digitale: le autrici informano il lettore della differenza tra “filologia digitalizzata” – basata su un impianto di lavoro più tradizionale – e una “filologia digitale” – cioè la vera innovazione nata in ambiente informatico. Il cambio di paradigma, precisano le autrici, si è sviluppato gradualmente, per tappe, finché la comunità scientifica non ha compreso l’importanza che rivestiva il digitale nel dare metodi e principi standardizzati, che superano qualsiasi barriera nazionale e culturale. In seguito, ci vengono proposti una serie di esempi di edizioni critiche digitali, come ad esempio l’Electronic Beowulf e i vari progetti intorno alla Commedia dantesca per il panorama italiano. Tutte le edizioni esemplificate presentano un aspetto tecnico non trascurabile: l’uniformazione alla codifica TEI e al linguaggio XML. Segue un breve resoconto cronologico sulla storia delle edizioni digitali a partire dagli anni Quaranta ad oggi, in Italia e all’estero: le autrici individuano quattro fasi storiche caratterizzate da cambiamenti metodologici ed epistemologici. I capitoli finali sono tutti dedicati alla definizione e descrizione della metodologia, della codifica, dei processi e degli strumenti necessari non solo per costituire e progettare un’edizione critica digitale, ma anche per leggerla correttamente e valutarla. Infine, viene fornito un piccolo glossario per familiarizzare con il nuovo lessico informatico.

Evoluzione e sfide

Mancinelli e Pierazzo colgono sin dalle prime righe il problema nella definizione delle nuove edizioni: in una storia costellata da lacune e incompletezza a causa dell’obsolescenza tecnologica e dell’assenza di un piano per il mantenimento delle risorse digitali, le autrici fanno comprendere al lettore che il digitale rappresenta un nuovo modo di produzione e fruizione del testo, come lo fu la stampa per i filologi del Rinascimento. L’accento posto sulle quattro fasi storiche delle edizioni digitali (una in più rispetto alla tesi di Tito Orlandi) chiarisce in modo esaustivo gli aspetti sia positivi sia negativi delle potenzialità della filologia digitale: il libro non trascura nessuna problematica, anzi mette subito in rilievo gli ostacoli che possono incontrare i giovani studiosi nella pubblicazione di un’edizione digitale. Infatti, avvisano che l’inesistenza di una piattaforma che consenta l’accesso alle edizioni digitali e i problemi di copyright colpiscono le fasce più deboli nella ricerca e questo rischia di soffocare l’affermazione di nuovi progetti digitali. In questo senso l’opera intende lanciare un messaggio per il futuro delle digital humanities: è nostro dovere limitare gli ostacoli economici legati agli strumenti della ricerca, in modo che i giovani ricercatori possano far progredire un settore ricco di potenzialità scientifiche.

Sebbene l’opera non intenda porsi come un manuale specialistico, descrive tuttavia compiutamente un processo evolutivo che ha investito tutta la seconda metà del Novecento: così lo studio indaga dettagliatamente i cambiamenti e le tappe fondamentali della storia delle edizioni digitali fornendo un panorama pressoché completo di questo fenomeno. Non solo, le autrici attraverso la loro proposta di valutazione di un’edizione digitale mostrano quanto il lavoro di un umanista digitale (anzi, di tutto il team per la realizzazione di un progetto digitale) sia degno di attenzione ed esame scientifico e per questo vogliono fornire una metodologia di lettura e critica univoca, definendo passo per passo tutte le fasi di lavoro.

Il cambio di paradigma

L’esistenza di scuole nazionali con metodi e principi a volte diametralmente opposti è stata la norma per almeno tutto il secolo scorso; uno dei grandi cambiamenti generati dal digitale è senza dubbio quello del superamento di ottiche nazionali (per non dire nazionalistiche) che non possono che nuocere alla causa della conoscenza.

Elena PierazzoChe cos’è un’edizione scientifica digitale, Roma, Carocci, 2020, p. 17

Con queste parole le autrici sottolineano come il cambio di paradigma nelle digital humanities, ovvero l’introduzione delle linee guida TEI e l’uso del linguaggio XML, rappresentino un punto di svolta epocale nella ricerca filologica. Peter Shillingsburg già nel 1993 mise in risalto la democraticità del web, insistendo sulla possibilità che esso presentava nel poter offrire strumenti e linee guida uguali per tutti gli studiosi. Se osserviamo l’insieme delle scuole nazionali – come indicano le autrici – nel secolo scorso notiamo un’eterogeneità di principi, metodi e pensieri che per lungo tempo hanno impedito il dialogo tra umanisti, mentre ora il web diventa il portavoce di un abbattimento dei confini e di un’unificazione universale della comunità scientifica. Shillingsburg, pubblicando i General Principles for Electronic Scholarly Editions a Toronto durante il congresso MLA (Modern Language Association, 1993), diede inizio alla codifica di criteri di valutazione delle edizioni digitali auspicando in questo modo una diffusione capillare delle innovazioni filologiche attraverso il web. Ma se Shillingsburg si è soffermato maggiormente sui supporti tecnologici, Mancinelli e Pierazzo intendono – alla pari delle Guidelines del 2006 del MLA – porre in risalto la qualità dei criteri ecdotici e successivamente l’analisi degli aspetti tecnici. Una volta definito lo standard però, non è sicuro che un’edizione duri per sempre e la digitalizzazione non si configura come un processo semplice: la scelta di un supporto e di una tecnologia al posto di un’altra hanno conseguenze a tutti i livelli della ricerca. Pensiamo, per esempio, alla trascrizione automatica di un testo e di quanto sia difficile – se non impossibile – ottenere un’accuratezza del 100%: dovremmo affidarci a un crowdsourcing e affidarci al lavoro gratuito dei volontari reclutati nel web oppure dovremmo preferire l’outsourcing di ditte esterne non sempre competenti? Ecco che il web ci insegna che ogni nostra scelta non è mai neutra e che può avere ripercussioni etiche e sulla qualità del nostro lavoro. Ancora, i computer spesso sono considerati un sistema per ridurre i tempi di lavoro: William McCarthy, invece, chiarisce che le nuove tecnologie sono un nuovo modo di concepire il lavoro e creare una nuova e rivoluzionaria visione del mondo. E se da un lato è positivo che le edizioni digitali siano open source, dall’altro la mancanza di entrate finanziarie potrebbe compromettere l’esistenza stessa delle digital humanities.

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