Futuro del ‘classico’

Salvatore Settis
Torino, Einaudi, 2004, pp. 127
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Chiudi gli occhi. Classico. Lunga galleria di algide statue di marmo bianco, dèi immortali scesi dall’alto dell’Olimpo per ricordarci la nostra condizione mortale. Classico. Assolata piana di Atene, il maestoso Partenone – o meglio, quel che ne resta – che domina il brulichio dei Greci d’oggi e i loro palazzi inespressivi e trascurati. Classico. Quel film imperdibile degli anni Quaranta riproposto immancabilmente in una delle torride serate d’agosto. Classico. Socrate, Omero, Virgilio, Orazio, lingue morte che assillano gli studenti l’estate prima dell’esame di riparazione. Classico. Luoghi comuni ordinati ed eleganti, che sorridono dietro al velo del tempo, ma pur sempre luoghi comuni.

Recuperare la complessità

Si crede che semplificare, smaltire il superfluo e tenere soltanto ciò che è veramente utile siano le risposte alle ansie delle nostre vite frenetiche, seguire sempre gli stessi schemi di pensiero per non perdersi, aggrapparsi alle certezze, distinguere bianco e nero e incasellarli. Futuro del ‘classico’, invece, si àncora a presupposti tutti diversi. È un esempio di buona pratica, anzi, un elenco ordinato e ragionato di strumenti per raggiungere un inequivocabile obiettivo: riappropriarsi della complessità, a partire da quella delle parole. Il suo autore, Salvatore Settis, decide di occuparsi qui di un concetto senz’altro familiare, che imperversa nel nostro parlato quotidiano, negli articoli di giornale, nei programmi scolastici: il “classico”. Nel corso del testo si vedono capitolare uno per uno gli stereotipi e le ragnatele in cui è stato imballato questo termine negli ultimi anni, per servirsene più agilmente quale debole fattore identitario della civiltà europea, spesso in opposizione ad altre culture. Di questo patrimonio se ne vuole fare un possesso esclusivo, irraggiungibile e confinato in una teca trasparente da esposizione, con una didascalia che definisca un “noi”, cui appartiene, e un “loro”, con cui non ha nulla a che spartire. Ma, ci spiega Settis, basta aprire la vetrina e osservare questo oggetto lontano dai neon freddi e fuorvianti della sala portandolo alla luce naturale per capire che quella patina di uniformità è soltanto un’illusione ottica, un ispessimento dello strato di polvere depositatosi negli anni: sono le molteplici sfaccettature del pezzo che catturano ora la nostra attenzione.

Classico come dinamismo e cambiamento

Il concetto di classico è dinamico, contiene in se stesso più culture, basti pensare all’intensa frequenza di scambi fra civiltà geograficamente lontane avvenuta sotto i Greci e sotto i Romani – essi stessi, in fondo, partecipi di due classicità differenti. Lo consideriamo perfettamente compiuto e riteniamo che non abbia bisogno di un nostro coinvolgimento per riprendere vita, eppure dal classico traiamo «la perentoria eloquenza dell’incompiuto» (Settis 2004, 35), la fascinazione per il frammento, che richiede per sua natura l’intervento della nostra fantasia intelligente per trovargli un senso. E questo senso non è uguale per tutti: vi è chi lo completa secondo simmetria e imitando i modi dell’artista antico, secondo il principio del classicismo, vi è, invece, chi sceglie di deviare dalla norma che questo elemento, pur incompiuto, incarna, optando per l’anticlassicismo. La norma stessa non è sempre rimasta immutata: l’adorazione per la purezza “veramente” greca è un fenomeno che data al XVIII secolo, precedentemente si preferiva di gran lunga il languido pathos del Laocoonte. Sono stati proprio i Greci e i Romani a concepire il sistema di valori cui attingiamo per discriminare un classico da ciò che non lo è.

L’antichità greco-romana […] ha elaborato nel suo stesso seno una visione retrospettiva di se stessa che poi ha trasmesso alle generazioni successive, fino a noi, come parte integrante della sua eredità.

Salvatore SettisFuturo del 'classico', Torino, Einaudi, 2004, p. 74

Ha strutturato uno schema specifico per guardare alla propria storia, quello della parabola biologico-evolutiva, che individua nascita, crescita, acme, decadenza e morte di un periodo storico, di una corrente culturale, di una civiltà. Da qui deriva un culto del passato vivo già in antico, che, ad esempio, ha permesso di preservare tramite le copie dei collezionisti romani alcune delle più celebri statue greche, altrimenti ignote.

Un classico, più classici

Il classico, perciò, è un bacino pressoché inesauribile di repertori, cui si attinge ininterrottamente – persino nel momento in cui si intende negarlo – e il cui recupero cosciente e deliberato ha dato origine ai concetti di “rinascimento” e di “rinascenza”, che si adattano a culture e momenti storici diversissimi senza perdere alcunché in termini di validità e appropriatezza. Settis collega questo sentimento di venerazione per il passato all’elaborazione del «senso delle rovine, […] peculiarità della cultura occidentale» (Settis 2004, 84-85), che visualizza concretamente l’equilibrio fra continuità e discontinuità che l’uomo intreccia con i propri “antichi”, che sono stati essi stessi esito di un rapporto e confronto con un altro da sé cui hanno deciso di riferirsi. L’autore cita qui l’esempio di Aby Warburg (1866-1929), che tra fine Ottocento e inizio Novecento ha innescato una vera e propria rivoluzione culturale nella concezione del classico: ha scelto, infatti, di indagarne le fratture, le varianti e soprattutto i continui riferimenti ad altri ambiti culturali, tradizionalmente considerati antitetici alla chiarità apollinea dell’”Antico” di Winckelmann. L’invito ad abbracciare questa insolita lettura, sottolinea Settis, non sarà senza conseguenze.

In tal modo, la scelta di rendere il “classico” più comparabile con altre culture vorrà dire incrinare profondamente, in ultimo distruggere, quella rotonda, astorica classicità a cui pure si ancorano tanti discorsi e tanti progetti della storia della cultura moderna.

Salvatore SettisFuturo del 'classico', Torino, Einaudi, 2004, p. 101

Ed è proprio nel concetto di rottura – e di conseguente ripristino – che l’autore vede l’essenza più vera della cultura classica e di quelle che da essa discendono: il susseguirsi di morti e rinascite, catastrofi e rigenerazioni, che in altre civiltà, come quella irlandese o amerindiana, è limitato al passato mitico o alla genesi della propria stirpe, nel nostro caso è, invece, lo schema evolutivo della storia, o meglio, della Storia, documentabile e verificabile nei suoi continui e diversificati recuperi o negazioni delle tradizioni più antiche e, dunque, più accreditate.

Verso il futuro

Salvatore Settis, in chiusura, ci pone davanti a un bivio: guardare al classico come a un sistema di valori inamovibile «che può accettare agevolmente, anzi incoraggiare, il continuo regresso degli studi “classici” nei percorsi formativi, perché si accontenta di poco» (Settis 2004, 115), oppure scegliere di interrogarsi profondamente e instancabilmente sul futuro che intendiamo dare al classico nella nostra cultura. Il che implica confrontarsi con un dissidio interiore, poiché percepiamo il classico sia come qualcosa di intimamente nostro, sia come un’entità a noi estranea, che pure continua a fare capolino nelle nostre vite senza permetterci di ignorarla in toto. Perché, come ricorda Calvino, «è classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore non può fare a meno» ed è, insieme, «ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile la fa da padrona» (Calvino 1991, 18). Ci riguarda, dunque, anche contro la nostra volontà, ed è per questo che associarvi la parola “futuro” non deve risultare stridente od ossimorico. Settis lascia, dunque, il lettore con una proposta, che è culturale ma anche e soprattutto civica e umana.

Il “classico” potrebbe a buon diritto essere ancora oggetto di attenzione e studio, e avrebbe senso riproporlo, anche nella scuola, non più come immobile e privilegiato gergo delle élite, ma come efficace chiave d’accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo interpretarsi. Il “classico”, piuttosto che modello immutabile, diventerebbe di nuovo quello che altre volte è stato, lo stimolo a un serrato confronto non solo fra Antichi e moderni, ma anche fra le culture “nostre” e le “altre”.

Salvatore SettisFuturo del 'classico', Torino, Einaudi, 2004, pp. 123-124

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