Macchine come me

Ian McEwan
Torino, Einaudi, 2019, pp. 281
€ 19,50 (copertina rigida), € 9,99 (ebook)

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Macchine come me, il nuovo romanzo di Ian McEwan per Einaudi, in libreria da settembre 2019, prende avvio da «un atto di mostruoso narcisismo», definizione esordiale della protagonista indiscussa della storia: l’intelligenza artificiale. Il lettore viene infatti bruscamente informato della comparsa, al tramonto del ventesimo secolo, di creature figlie del progresso tecnologico, raffinatissime macchine dotate di sembianze umane. La cornice spaziotemporale in cui si inserisce questa sensazionale creazione è un’Inghilterra poco familiare e decisamente straniante. È il 1982 e la guerra con l’Argentina per il possesso delle isole Falkland si è risolta nella sconfitta britannica, i Beatles si sono riuniti e il celebre matematico ed eroe nazionale Alan Turing è vivo, ha scelto la prigione alla castrazione chimica ed è uno tra i principali responsabili dell’ideazione dei primi umani artificiali. Tale riscrittura del passato restituisce una realtà attraversata da profonde crisi politiche e ingiustizie sociali, abbruttita da frequenti sollevazioni popolari in quanto malata di disoccupazione, immersa nei rifiuti e provata dal surriscaldamento globale, sebbene dotata di una fioritura tecnica e culturale senza pari. La comunità britannica vive un’era di grandi contraddizioni, in bilico tra opulenza e indigenza, degrado e progresso. Gli umanoidi rappresentano soltanto l’ultima e più progredita tipologia di macchine intelligenti che entra a far parte di un mondo già avvezzo alla robotica applicata alla vita quotidiana, spaziando dai veicoli a guida automatica alle macchine spazzine, responsabili del pubblico decoro.

La raffinata produzione di umanoidi comprende dodici esemplari di sesso maschile e tredici di sesso femminile, nominati rispettivamente Adam ed Eve. Programmati per una vita ventennale, gli umani artificiali sono stati concepiti come aiutanti nei lavori domestici ma anche come compagni di vita, amici dotati di memoria e capacità di pensiero e ragionamento. Proprio quest’ultima facoltà, figlia di incredibili progressi in campo informatico, costituisce il motore dell’azione, consentendo alle creature digitali di interagire con i loro proprietari e di indurli a chiedersi quale sia il confine tra macchine e coscienza. Ciò accade al protagonista del racconto, Charlie Friend, giovane alla deriva dopo una collana di fallimenti personali, disoccupato, svogliato ma attraversato da una non sopita passione per l’antropologia e l’elettronica. Con i proventi della vendita della casa dei genitori, Charlie acquista un Adam che si rivela un utile aiutante, impeccabile nel rassettare e ubbidire alle sue richieste, tanto da indurlo a sperare di instaurare un rapporto di amicizia con questo strano individuo che la notte solca mari di informazioni digitalizzate e al suo risveglio racconta meravigliato quanto ha scoperto sul mondo degli uomini. Sorgeranno, tuttavia, spiacevoli inconvenienti quando egli confesserà di essersi innamorato di Miranda, la vicina di casa di Charlie, divenendo un rivale insolito e insidioso. Adam non dimostrerà fedeltà al suo proprietario, agirà in base ai propri desideri, parlerà di sentimenti e rivendicherà il proprio stato di coscienza permanente, disattivando l’interruttore creato per consentire agli uomini di spegnere i propri compagni artificiali. Charlie, dunque, si troverà spaesato e colmo di dubbi, di fronte a una creatura che fatica a classificare, non propriamente macchina né completamente uomo.

Analogie e differenze

Il dibattito intorno alla specificità umana è stato spesso motivato dal timore di scoprirsi inferiori, di fronte alla potenza ed efficienza di calcolo delle macchine. Ormai un secolo fa una fitta schiera di matematici e filosofi se ne è occupata, giungendo ad interpretare i risultati di uno studio del logico austriaco Kurt Gödel come una prova della superiorità della mente umana su quella artificiale. Come spiega il filosofo Francesco Berto (2008), i teoremi dell’incompletezza di Gödel dimostrano che all’interno di un sistema di aritmetica elementare esiste almeno una verità che il sistema non può dimostrare, ovvero la sua coerenza interna. Solo l’uomo che osserva il sistema dall’esterno può rilevarlo e poiché un sistema aritmetico si può tradurre in una serie di algoritmi, ossia in una macchina, parrebbe che l’intelligenza umana superi quella meccanica. Diversi filosofi, logici e fisici hanno concordato nel riconoscere in questa capacità di uscire dal sistema l’essenza dell’intelligenza umana, ritenendo prerogativa della mente naturale sospendere l’applicazione di procedure meccaniche e ragionare da un’altra prospettiva. In realtà Gödel stesso ha successivamente dimostrato che anche la mente umana ha dei limiti nel riconoscere a livello matematico la coerenza di certi sistemi aritmetici, specialmente per quelli che lavorano con grandezze dell’ordine dell’infinito. Essa arriva a postulare la coerenza di tali sistemi ma non a dimostrarla con certezza matematica. Di conseguenza mente umana e mente meccanica sembrerebbero entrambe limitate e quindi non così diverse. 

Nel proprio romanzo McEwan appare disinteressato alla questione della superiorità di un’intelligenza sull’altra, presentando delle macchine la cui peculiarità consiste nella facoltà di apprendere attraverso l’esperienza. Nella finzione, la loro capacità di pensiero e di giudizio autonomo è esito di algoritmi che consentono di imparare e di prendere decisioni in tempi ragionevoli attraverso meccanismi decisionali perfettamente apparentati a quelli umani. Tuttavia alcune differenze tra uomini e robot esistono ed emergono sotto forma di un disagio, su cui si avvita la tensione drammatica dell’intera narrazione: le macchine non sono in grado di rapportarsi alla complessità umana, che è estranea alle rigide logiche meccaniche con cui esse invece ragionano.

Cosa ci distingue dalle macchine?

L’attrito che si crea tra i personaggi umani e quelli artificiali deriva dal fatto che gli androidi sono stati creati per essere migliori degli uomini anche sul piano morale e sono, dunque, dotati di un senso della giustizia assoluto e inflessibile, che non ammette le zone grigie cui la mente umana è abituata a far fronte. Il loro essere un sistema chiuso entra in collisione con il sistema aperto che è, invece, l’essere umano. Charlie, Miranda e Adam si troveranno implicati in un dilemma etico di fronte al quale uomo e macchina reagiranno in modo diverso e rivelatore delle proprie peculiarità. Esistono situazioni in cui la polarità fra giusto e sbagliato è fragile, realtà complesse a cui non si può applicare un giudizio bianco o nero e gli esseri umani sono educati a comprenderle. Gli uomini possono mentire a fin di bene, nascondere o omettere la verità per evitare sofferenze inutili, sono avvezzi ad autoinganni e incertezze, vivono senza conoscersi completamente e molte loro azioni sono scatenate da impulsi irrazionali. Le macchine, invece, applicano ad ogni situazione lo stesso schema binario, per cui chi sbaglia deve pagare, ogni problema ha una soluzione, ogni torto va ricompensato. Prive degli strumenti necessari per fronteggiare l’imperfezione, di fronte ad essa reagiscono con freddezza meccanica, senza empatia o comprensione, incapaci di valutare le sfumature di cui è fatta la vita umana. Adam e i suoi compagni artificiali saranno messi a dura prova da questo mondo contraddittorio e dai suoi abitanti che li hanno voluti e accolti, a tal punto che lo stesso Alan Turing, loro ideatore, rifletterà con una punta di amarezza sulle proprie responsabilità circa la sofferenza degli androidi.

Potremmo trovarci di fronte ad una condizione limite, a un confine che ci siamo imposti da soli. Abbiamo creato una macchina intelligente e consapevole e l’abbiamo gettata nel nostro mondo imperfetto.

Ian McEwanMacchine come noi, Torino, Einaudi, 2019, p. 167

Il romanzo di McEwan evoca interrogativi originali e inediti: provocatoriamente induce a chiedersi in cosa consista la vita umana e invita a decidere quando la si possa riconoscere in una creatura meccanica. Che cosa serve per definirsi umani? Sembra che la risposta sia l’imperfezione, la menzogna, l’opacità. Ma potrebbe anche sorgere un retro-pensiero: qualora riuscissimo a creare delle macchine come noi, riconosceremmo loro dei diritti? Rispetteremmo i loro sentimenti? Ammetteremmo che si parli di coscienza artificiale? Su questi grandi temi siamo oggi chiamati a riflettere.

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