L’umanesimo non è un complemento: è saper pensare il tutto e da tutto saper estrarre le idee che indirizzeranno il nostro futuro. La cultura umanistica non è antinomica alla cultura scientifica, ma all’iper-specializzazione della conoscenza. La questione non verte sul difendere a spada tratta le discipline umanistiche dall’avanzata delle più “utili” scienze tecniche, bensì sul comprendere che queste «categorie barbare», come le definisce Ivano Dionigi, presidente di Almalaurea, iniziano a mostrarsi obsolete. E anche nel mondo del lavoro si comincia a discutere su nuovi profili che sintetizzino scienza e umanesimo, come accadeva nel Cinquecento.

Termiti e aria condizionata

Dov’è che la creatività incontra la tecnica? In The Medici Effect, Frans Johansson racconta la soluzione creativa (e geniale) trovata dall’architetto Mick Pearce di fronte a un concreto problema tecnico. Pearce, architetto interessato alle scienze ambientali, ha costruito ad Harare, capitale dello Zimbabwe, un enorme centro commerciale, l’Eastgate Centre, privo di impianti di condizionamento dell’aria. Oltre agli enormi consumi energetici, la sola installazione di un impianto di aria condizionata sarebbe costata tre milioni e mezzo di dollari, e Mick pensò che potevano essere risparmiati. Eppure, sebbene ad Harare si presenti un’escursione termica dagli zero gradi notturni ai quaranta delle ore diurne, nell’edificio che ha progettato Pearce la temperatura si mantiene sempre tra i ventidue e i venticinque gradi. Come ci è riuscito? Osservando il comportamento delle termiti. Ne esiste, infatti, una particolare specie che realizza termitai strutturati in modo da mantenere all’interno trenta gradi costanti, per favorire lo sviluppo di una muffa fondamentale per la sopravvivenza di quei piccoli insetti. Pearce ha preso in prestito dalla natura una soluzione collaudata da milioni di anni di evoluzione e l’ha applicata in architettura.

Connecting the dots

Mick Pearce ha messo in pratica ciò che Steve Jobs già nel 2005 raccomandava agli studenti dell’Università di Stanford in un celebre discorso. Il fondatore di Apple ha “unito i puntini” delle sue conoscenze e ha valorizzato, nella creazione del primo Macintosh, anche le esperienze che sarebbero parse meno utili alla progettazione di un sistema operativo. Steve Jobs ha saputo riconoscere anche nei caratteri che aveva imparato a tracciare ad un corso di calligrafia al college qualcosa che interessava alla nascente informatica.

Telefonini e uomini vitruviani

Riconoscere e svelare il mistero che crea i legami più impensabili non è questione di talento. Si tratta di rompere le barriere tra le discipline, con la consapevolezza che tutto importa. È quello che, secondo Walter Isaacson, contraddistingue il self made genius; non solo Steve Jobs, ma anche il genio per antonomasia, Leonardo da Vinci.

Tra le due personalità noto molte somiglianze: erano entrambi perfezionisti, mettevano in discussione la società e andavano contro le convenzioni, avevano una curiosità avida e ossessiva, volevano spingersi oltre i limiti dell’immaginabile. Ma soprattutto appaiavano sempre scienza e arte, estetica e ingegneria.

Walter Isacsoon«Che cosa hanno in comune Leonardo da Vinci e Steve Jobs». Il Venerdì di Repubblica, 25 ottobre 2017

Le S.T.E.A.M.

Scienza, arte, estetica, ingegneria: una bestemmia, per alcuni; per altri, un accostamento che fa sorridere. Ma anche tra le fila dei teorici delle discipline S.T.E.M. (Science, Technology, Engineering, Mathematics) si è diffusa, almeno dal 2006, la necessità di contemplare anche le cosiddette “arti liberali”. Uno di questi è Scott Hartley, che in The Fuzzy and the Techie: Why the Liberal Arts Will Rule the Digital World individua negli umanisti i futuri protagonisti della Silicon Valley. L’acronimo S.T.E.M. comincia ad accogliere anche la A di Arts, per tracciare un non così inedito campo di discipline S.T.E.A.M.

Imparare dal Rinascimento

Nella Firenze del Quattrocento, come ricorda Frans Johansson, attorno al capitale e al potere della famiglia dei Medici si era sviluppato uno stupefacente mix di cervelli nel quale si trovavano l’uno accanto all’altro scienziati, finanzieri, scultori, poeti, filosofi, pittori, architetti, figure talvolta riunite nella stessa persona: il curriculum dei protagonisti dell’Umanesimo (fiorentino e non) non segnava discontinuità tra l’area di competenza del pittore e quella del fisico, tra quella dell’architetto e del retore. E rinascimentale dovrà essere, secondo l’attuale CEO di Apple Tim Cook, l’ingegnere del futuro, un uomo che saprà abbinare alla soluzione di problemi tecnici anche la riflessione sulle inevitabili implicazioni culturali del progresso tecnologico.

Socrate hi-tech

Ma già da tempo i colossi dell’informatica, in California, hanno accolto un approccio più filosofico ai problemi tecnico-scientifici di cui si occupano. Andrew James Taggart è uno dei principali esponenti della filosofia pratica, nata negli anni Cinquanta alla School of Economic Science; lavora come consulente filosofico per manager e uomini d’affari della Silicon Valley e insegna loro a «scavare nel profondo della propria identità» e ad «affrontare la vita quotidiana con onestà intellettuale e senza lasciarsi imbrigliare nelle logiche del mercato» (De Cesco 2017). Il suo modello è Socrate, che non temeva di fare domande e dire la verità, anche quella più scomoda. Nella pratica, questo tipo di filosofia aiuta chi ha la responsabilità di grosse scelte a ragionare di più e in modo più profondo, investigando tutte le possibilità e le alternative della realtà concreta, perché «la filosofia, come l’arte, ricorre ai poteri dell’immaginazione nella prospettiva della creazione» (ibidem).

Guardare all’indietro

Costruire il futuro equivale solo e unicamente a guardare in avanti? Solo a conti fatti è stato possibile per Steve Jobs connettere le sue esperienze.

Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me "unire i puntini" guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro

Steve JobsDal discorso ai laureandi dell'Università di Stanford, 12 giugno 2005

Ciò che non serve nell’immediato può tornare utile in un secondo momento. Ma gli intellettuali del Rinascimento insegnano anche a raccogliere l’eredità della tradizione rimettendola in discussione, confrontandola con altre tradizioni, di altre epoche e culture. L’Umanesimo, che in sé ha unito la classicità greco-latina con il pensiero scolastico medievale, il mondo arabo con quello germanico, l’Oriente e l’Occidente, lascia in consegna gli strumenti per pensare il futuro ad una società, la nostra, che sarà chiamata a rispondere a sfide globali come i cambiamenti climatici, la difesa dell’etica di fronte ai mutamenti tecnologici e dell’uomo dagli effetti delle crisi economiche.

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