Soft skills: una combinazione di parole che oggigiorno si sentono pronunciare spesso e che contengono al loro interno il futuro lavorativo di tutti noi. È un insieme di caratteristiche tanto incalcolabili quanto ricercate, soprattutto nell’ambito manageriale. Ma quali sono le skills più richieste nel prossimo futuro? E soprattutto, perché le humanities risultano così determinanti per la configurazione delle occupazioni che verranno?

Cosa sono le soft skills

Le “competenze leggere” comprendono tutta quella serie di caratteristiche di ogni persona che sono presenti a livello caratteriale o sviluppate grazie ad un percorso individuale ed esperienziale e possono essere applicate a diverse situazioni e contesti lavorativi. Il termine “leggere” va analizzato in contrapposizione alla “durezza” delle conoscenze acquisite grazie ad un percorso di apprendimento e di formazione, attraverso il quale risulta semplice una conseguente valutazione. Detto ciò, non bisogna farsi deviare dalla possibile associazione “leggere” cioè “facili”, perché la realtà è ben diversa. Infatti, come spiega Andrea Granelli, fondatore di Kanso ed esperto di consulenza manageriale, le soft skills sono: «competenze sofisticate e sfuggenti e soprattutto molto difficili da costruire». Le skills in questione sono innumerevoli, ma poche e mirate sono quelle maggiormente richieste dal mercato del lavoro e dalle aziende.

I dati sottolineano l’importanza delle humanities

Se diamo un’occhiata ai dati del World Economy Forum dove si pone in comparazione la top ten delle skills che sono più richieste nel 2020 e quelle che lo erano nel 2015, risulta lampante l’avanzata delle skills sviluppate grazie ad una formazione di stampo umanistico. In particolare, fanno riflettere l’avanzamento del pensiero critico (ampiamente sviluppato da una disciplina come la filosofia), la creatività (utilizzata e implementata in maniera pratica dallo storytelling, capace di fare leva sulla naturale attitudine dell’uomo a farsi trascinare dalle narrazioni e dai collegamenti creati dalla metafora) e l’aggiunta della intelligenza emotiva che ha come sua colonna portante l’empatia e la capacità di comprendere velocemente i bisogni dell’altro.

Se pensiamo a come si prospetta l’ambiente lavorativo di qui a pochi anni, risulteranno chiari i motivi di tanto successo dell’ambito umanistico e soprattutto l’introduzione dell’intelligenza emotiva. Viviamo la quarta rivoluzione industriale, un processo che si basa sulla digitalizzazione massiccia di ogni ambito della vita. L’intelligenza artificiale, e la tecnologia più in generale, assumeranno i compiti di elaborazione dei dati più complessi, di tenere il carico delle nozioni più pesanti, di facilitare le operazioni e le mansioni quotidiane, gli oggetti stessi, subiranno un upgrade delle loro normali funzioni attraverso la connessione a internet (Internet of things). Ovviamente tutto questo complesso di attività deve essere portato a compimento in seguito ad un intenso studio degli ambiti scientifici ed informatici e dal lavoro puntuale di ingegneri.

A questo punto è necessario domandarsi seriamente a cosa servono le humanities. Servirà piuttosto concentrarsi e studiare il mondo delle macchine, tralasciando e dimenticandosi di discipline come storia, letteratura, filosofia per poter avere un successo lavorativo? Ed ecco che si deve ricordare e avere ben chiaro in mente che le macchine lavorano per l’uomo, per la soddisfazione dei bisogni di quest’ultimo e che quindi risulta vitale conoscerlo bene, nel profondo: bisogna averne chiara l’essenza. Ascoltiamo quindi le parole di Eric Berridge, imprenditore americano, che in un Ted Talk ha voluto sottolineare proprio questi aspetti e ha affermato: «While sciences teach us how to build things, it’s the humanities that teach us what to build and why to build them».

Una realtà ibrida

Da quest’intervento si comprende come stia nascendo sempre di più una realtà ibrida, formata da persone aventi differenti percorsi di studio e diverse competenze trasversali che possono essere spese in team e con applicazioni inattese. Che la rotta intrapresa da parte delle aziende sia verso la tecnologia, l’intelligenza artificiale e una massiccia digitalizzazione è innegabile, ma, d’altro canto, evidenti sono l’assunzione e l’impiego di personale con curricula in campo umanistico. Questo tipo di scelta, che porta effettivamente numerosi vantaggi in campo economico, costringe a riflettere sulla necessità di conoscere il mondo delle macchine tanto quanto quello dell’uomo. L’uomo che è caratterizzato sì dalla volontà di progresso, praticità e razionalità, ma che soprattutto vive di emozioni, creatività, musica, storia, opinione personale. Le skills umanistiche vogliono preservare ed evidenziare proprio queste ultime peculiarità e sono veramente una risorsa per queste nuove realtà.

Il compito di ognuno

Dunque compito di ciascuno di noi è saper unire ambiti e trovare connessioni, seguire le proprie passioni, ricordandosi di avere una dimensione più ampia della propria disciplina e mettendosi in gioco il più possibile per poter affrontare situazioni sempre differenti e talvolta anche scomode. Solo conoscendo se stessi e le proprie potenzialità si potranno affrontare sfide non ancora presenti nel mondo del lavoro.

L’appello finale va ad una scuola 4.0: si spera che si crei un ambiente tale da permettere di compiere tutte le operazioni sopra menzionate all’interno di un percorso di apprendimento che possa unire tutte quelle materie che sono sempre state diligentemente classificate e distanziate, al fine di poter rendere le generazioni future più attente verso le proprie capacità e più pronte ad una commistione di settori, creando così i lavoratori di domani.

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