Nome del paziente: italiano. Professione: lingua letteraria. Età: quattordici secoli, o sette, secondo i punti di vista. Carriera scolastica: ritardata, ma con risultati particolarmente brillanti sin dall’inizio. Diagnosi: sintomi chiarissimi di "morbus anglicus", con complicazioni, fase acuta. Prognosi: favorevole, purché (puntini di sospensione). Già, purché: perché il virus, nel caso che ci interessa, agisce in profondità intaccando gli organi essenziali. Un medico prudente parlerebbe piuttosto di prognosi riservata.

Arrigo CastellaniMorbus anglicus, in «Studi Linguistici Italiani», XIII, 1, 1987, p. 137

Così, nel 1987, Arrigo Castellani cominciava il suo saggio intitolato Morbus Anglicus, incentrato su una minuziosa analisi dell’evoluzione lessicale della lingua italiana, infettata da un potentissimo virus, la cui propagazione avrebbe irrimediabilmente compromesso e snaturato i suoi connotati fisiologici. I primi sintomi dell’infezione si manifestavano con la saltuaria registrazione nel repertorio linguistico del parlante di prestiti lessicali provenienti dall’inglese (finalizzati per lo più ad indicare referenti extra-linguistici fino a quel momento estranei al suo orizzonte culturale). Se il parlante non avesse proceduto a curarsi tempestivamente, il rischio era che la malattia, seguendo il suo naturale decorso, si acutizzasse fino alla definitiva scomparsa dei termini italiani preesistenti ad esclusivo vantaggio di “ospiti” biologicamente estranei al patrimonio linguistico italiano: gli anglicismi.

Un decennio prima, lo scrittore George Elliot, esaminando lo stesso fenomeno, aveva definito il crescente impiego di forestierismi accanto ai termini italiani con un neologismo calcato sul preesistente franglais: litangliano. Il termine, che anticipa il più noto spanglish (coniato di lì a pochi anni), era finalizzato ad indicare un «italiano fortemente influenzato dall’inglese e, soprattutto, caratterizzato dalla massiccia presenza di anglicismi» (Viviani 2010). Il fenomeno – la cui fortuna è dimostrata dal crescente numero di sinonimi ideati per definirlo (si registrano, accanto ad itangliano, itanglese, inglesiano, italiese, etc.) – rimase circoscritto entro contesti d’uso limitati fino alla fine del Novecento. Con l’avvento del nuovo millennio, cominciò a registrare un tasso di incidenza sempre maggiore, fino a diventare parte integrante del repertorio lessicale dei parlanti nati negli ultimi decenni del XX secolo.

A cosa è dovuto il successo dell’inglese?

Nel corso di soli trent’anni, gli anglicismi – inevitabile conseguenza del processo di internazionalizzazione e dello sviluppo tecnologico e scientifico novecentesco – passarono, con velocità di propagazione simile a quella di un’infezione epidemica, dall’essere prerogativa esclusiva di alcune discipline tecniche o scientifiche (in particolare dell’informatica) a divenire presenze irrinunciabili in qualsiasi contesto comunicativo. Oggi infatti, il bacino d’utenza passiva e attiva dell’inglese si è ampliato al punto che nessuna disciplina si sottrae alla sua influenza, né si può dire che qualsiasi enunciato verbale, sia esso scritto o orale, rimanga immune alla fascinazione degli anglicismi.

La popolarità dell’inglese è da ricondursi alle inevitabili conseguenze del secondo dopoguerra. La vittoria degli Alleati ha favorito l’affermazione dell’egemonia anglosassone in tutti i campi: dalla politica al cinema, dall’economia alla musica, fino alla letteratura. L’anglomania che ne è scaturita – incoraggiata anche dalla diffusione della lingua, insegnata in tutte le scuole dell’obbligo – ha favorito l’elezione dell’inglese come lingua preposta alle comunicazioni internazionali e ne ha determinato il ruolo di lingua veicolare in sostituzione al francese e al tedesco.

La diffusione dell’inglese si deve, oltre che ad una più consistente qualità dell’insegnamento, ad un crescente uso vivo per turismo e relazioni sociali, che è andato sommandosi al determinante ruolo della TV satellitare e di Internet. La conoscenza sempre più approfondita della società americana, resa possibile anzitutto grazie alle serie TV e ai film di successo girati negli Stati Uniti, ha infatti incoraggiato l’adozione di un cospicuo numero di prestiti angloamericani. Questi, eccedendo i limiti del linguaggio scientifico, si sono propagati fino a “contagiare” numerosi altri linguaggi, in particolare quello giovanile dei millennials e dei social network. (Anche qui, come è evidente, l’uso di anglicismi appare necessario, dal momento che il loro particolare impiego si è imposto senza che si sia proceduto al conio di termini italiani in grado di restituire lo stesso significato con uguale pregnanza semantica).

I settori più contagiati: l’invasione di anglicismi e la diffusione dell’itangliano

Leggendo un qualsiasi annuncio pubblicitario o un articolo di giornale, sarà inevitabile imbattersi in un anglicismo, talvolta ben distinguibile come corpo estraneo perché segnalato in corsivo e talvolta, invece, perfettamente mimetizzato entro il lessico italiano in seguito a un processo di adattamento fonetico e morfologico. Si riportano di seguito alcuni esempi forniti dall’Enciclopedia Treccani, che registra anglicismi ormai entrati nell’uso sia in contesti informali che istituzionali.

I cinema multisala hanno tutti nomi inglesi (a Roma sud ci si accorda per serate al "Warner [Village]", o allo "Stardust"), ai convegni ci si interroga sul portato pedagogico dei "social network", nei corridoi delle facoltà studenti vagano, "laptop" alla mano, alla ricerca dei migliori punti "wireless", i professionisti si concedono, nel tardo pomeriggio, un tonificante "happy-hour". Alla Camera dei deputati i membri del governo rispondono al "question time", i sottosegretari hanno delega al "welfare" e si moltiplicano, a tutela dei cittadini e dei consumatori, le "authority" preposte al controllo di settori strategici per la vita del Paese.

Andrea VivianiItangliano, in Enciclopedia dell'Italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010

Per quanto riguarda l’itangliano, individuarne esempi accertati è più complesso, in quanto l’enunciazione mistilingue è prerogativa della comunicazione orale. Ma basta entrare in un ufficio che abbia contatti con il panorama internazionale per accorgersi di quanto pervasivo sia il ricorso a termini inglesi: «devo finire questa task, me lo porteresti un coffee?», «ho una delivery in scadenza domani, devo printare questo file». Ancora, tra i giovani, il ricorso all’itangliano e agli anglicismi pare soprattutto motivato dalla volontà di definire una propria specificità che li differenzi dagli adulti. (Un tempo, questa volontà si esprimeva soprattutto attraverso il ricorso al turpiloquio, linguaggio emblematico della fase di ribellione adolescenziale). L’utilizzo che fanno dell’inglese non si limita alle conoscenze apprese tra i banchi di scuola, ma risente, ancora una volta, dell’influenza esercitata dai fenomeni di massa internazionali e dall’uso compulsivo dei social network, che hanno favorito l’introduzione e integrazione di nuovi prestiti, quali taggare, followare, lasciare un like.

Pronostici per il futuro della lingua italiana

Il fenomeno dell’itangliano – che in epoca novecentesca prese piede con crescente consapevolezza da parte dei parlanti e che fu esaminato, non senza destare sospetti, da giornalisti, linguisti e critici letterari – pare rafforzarsi di giorno in giorno, traendo linfa vitale dal continuo fascino che l’esotismo di una lingua straniera esercita sulla cultura del nostro Paese. Data la rapidità della sua diffusione, i futuri scenari dell’evoluzione linguistica non sembrano incoraggianti. I dati sull’incremento degli anglicismi portano a ritenere che, nel giro di poco tempo, il repertorio lessicale dell’italiano si impoverirà fino all’egemonia di quello che – citando Monelli – potremmo definire un “barbaro dominio”. Tuttavia, alcune posizioni restano più cautamente consolatorie.

Il quadro all’orizzonte è forse meno cupo di quanto gli stessi segnali possano indurre a ritenere: entrano, è vero, nelle nostre vite e in itangliano "PIN" (Personal Identity Number), "smart-card" e "Facebook", ma pur sempre salda rimane, a presidio dell’italianità almeno delle nostre "e-mail", una ben tenace chiocciolina.

Andrea VivianiItangliano, in Enciclopedia dell'Italiano, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010

È ancora presto per dire se questi segnali siano l’inizio di un irreversibile processo di frantumazione della lingua o se invece, «come altri vezzi esotici rivelatisi poi, alla prova dei decenni, meri occasionalismi» (Viviani 2010), si tratti di meteore destinate ad attraversare il cielo della lingua italiana per poi cadere molto lontano, lasciando soltanto una scia a testimonianza del loro passaggio. Indubbia è la tutela del patrimonio lessicale della nostra lingua da parte del singolo parlante che, individualmente, detiene ancora un potere inestimabile: la libertà di scelta.

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