Se un giorno di scuola un’incauta professoressa di liceo si trovasse ad interrogare i propri ragazzi riguardo la costruzione del Grande Zimbabwe, quanti studenti saprebbero dare una risposta? E chi di noi, se ci trovassimo dietro quei banchi, riuscirebbe a delineare i caratteri generali della politica interna del Regno di Songhai? La risposta è immediata: la conoscenza della storia dell’Africa non è certo diffusa come quella relativa alle vicende europee. In particolare, essa trova poco spazio nei manuali scolastici o viene tralasciata per motivi di economia di tempo. Eppure la relazione tra i due continenti ha avuto un corso altalenante, sfaccettato, ma soprattutto lungo, che ha origine almeno dalle migrazioni dei primi ominidi e arriva fino ad oggi. Ignorarlo non può certo portare benefici.

Per far fronte a questa carenza due professori, Michele Di Cintio e Valerio Nuzzo, hanno elaborato un progetto didattico rivolto agli studenti di alcune scuole superiori del Veneto, che ha avuto come obiettivo quello di far sperimentare loro una ricerca storiografica autonoma su alcune questioni importanti di storia africana. A conclusione dell’iniziativa è stato pubblicato per Aracne, nel 2016, un volume che raccoglie gli elaborati scritti dagli studenti: Controstoria dell’Africa. Dal grande passato degli antichi regni, agli orrori ed errori del colonialismo e postcolonialismo. Quest’opera ha sicuramente alcuni aspetti sia teorici sia concreti che meritano grande attenzione e che valgono una riflessione approfondita.

La struttura e gli obiettivi

Il libro si struttura in cinque parti, ciascuna delle quali è composta da tre contributi prodotti dagli studenti delle varie classi. Il lavoro, svolto collettivamente, è stata un’occasione importante per le studentesse e gli studenti, che hanno potuto conoscere e applicare in autonomia le norme di uno scritto a carattere scientifico. Ciascuno dei gruppi ha scelto un tema di ricerca, ha dovuto confrontarsi con una bibliografia e una sitografia anche in lingua straniera (inglese, francese, portoghese) e si è cimentato in un percorso di giudizio critico delle fonti a disposizione. Nonostante il carattere esclusivamente compilativo degli elaborati si percepisce lo sforzo e la volontà da parte dei giovani autori di andare oltre a ciò che hanno letto, per provare a dare una loro visione di fondo. Leggendo con attenzione si nota la profonda differenza tra i vari capitoli, frutto delle diverse condizioni di partenza degli studenti e dalla sensibilità dei singoli docenti che li hanno seguiti. In ogni caso, tuttavia, questo esperimento ha il merito di aver messo i giovani nelle condizioni di passare al vaglio della ragione ciò che hanno letto: in un periodo in cui le fake news sono un serio problema è importante che la scuola si doti di strumenti con cui abituare i ragazzi ad esercitare il proprio senso critico.

Il capitolo primo e il capitolo quinto analizzano alcune realtà statali del continente africano di età medievale e moderna, considerandole dal punto di vista politico e sociale, con un approfondimento sulle influenze che alcune manifestazioni culturali africane hanno avuto nell’arte figurativa, nella danza e nella musica europee negli ultimi trecento anni. I capitoli centrali, invece, si concentrano sulle questioni più problematiche del rapporto fra Europa e Africa dall’Ottocento ad oggi: gli studenti hanno approfondito alcune delle forme più brutali del colonialismo europeo – la storia del Congo belga o del genocidio degli Herero, ad esempio – come pure delle complesse vicende che hanno accompagnato la decolonizzazione, nonché alcuni nodi problematici contemporanei, come il land-grabbing, il ruolo della Cina e la crisi ecologica. Assumere questi punti di vista ha contribuito ad ampliare la conoscenza della storia africana: tale operazione si è rivelata necessaria affinché gli studenti comprendessero le dinamiche che hanno portato questo continente ad assumere le caratteristiche attuali.

Inoltre, come scrive Di Cintio nella nota metodologica introduttiva al volume, la “controstoria” privilegia la narrazione critica di simili vicende, che sono state a lungo taciute, occultate o contraffatte. È pur vero che oggi molti libri di testo per gli istituti superiori sono dotati di sezioni relative alle pesanti responsabilità che hanno avuto i Paesi europei durante e dopo il colonialismo; tuttavia, quello che spesso manca – e che Controstoria dell’Africa mette in evidenza – è il fatto di riconoscere agli africani lo statuto di soggetti storici autonomi. Troppo spesso la mancata conoscenza della storia dell’Africa da parte di noi europei ci ha portato a pensare ad essa come a un continente culturalmente “freddo”, imperturbabile ai mutamenti e dunque primitivo: spiegare il colonialismo senza parlare delle forme di organizzazione politica e delle culture ad esso precedenti vuol dire far passare in modo surrettizio l’idea che gli europei siano giunti a dominare in pochi anni uno spazio dove nulla era cambiato dall’alba dei tempi.  Anche oggi alcuni luoghi comuni, condivisi da noi europei, tradiscono una concezione dell’Africa come un luogo appartenente ad una dimensione temporale primitiva e in qualche modo arretrata rispetto al resto del pianeta, in sostanza mettendo in pratica ciò che Fabian (2000) ha definito «negazione di coevità». Anche una visione troppo vittimistica sarebbe ingiusta, perché negare le responsabilità che le classi dirigenti locali hanno avuto e hanno tuttora nella creazione di tensioni etniche e discriminazioni sociali vorrebbe dire che esse non hanno la capacità di influire attivamente nel loro contesto e che non hanno la forza di costruire una propria visione del mondo. Uno studio della storia africana che ne metta in luce i caratteri di complessità e di originalità, invece, rappresenta un atto di “controstoria” capace di far sviluppare ai giovani i giusti antidoti all’eurocentrismo.

Il giudizio etico-critico

Infine una considerazione riguardante le finalità che gli autori attribuiscono a questo progetto. Leggiamo, sempre nell’introduzione, che secondo Di Cintio:

Il compito precipuo e di rilievo estremamente innovativo della controstoria sta nel riappropriarsi del giudizio critico nei confronti del passato, quale affermazione della valenza etica del fare storia, e nel finalizzare il nostro agire ad un futuro, che porti i crismi delle nostre scelte e delle nostre assunzioni di responsabilità.

Michele Di Cintio, Valerio NuzzoControstoria dell'Africa, Roma: Aracne, 2016, p. 46

Gli autori poco più avanti precisano che «né, d’altra parte, vi possono essere ancoraggi, sicuri ed inamovibili, su cui poggiare una nostra visione del mondo (Weltanschauung) assoluta e definitiva» (Di Cintio, Nuzzo 2016, 49). Se, dunque, il relativismo sta alla base di un’apertura dei nostri orizzonti verso altri sistemi di pensiero, lontani da noi sia nella dimensione dell’oggi sia in quella diacronica, ciò non comporta che dare dei giudizi etici sia un’operazione priva di senso? Ovviamente anche il giudizio che si dà alla storia è fortemente influenzato dal contesto in cui si è inseriti ed è quindi transitorio. Molte volte – come ad esempio nel caso del razzismo, la cui elaborazione teorica è stata oggetto di indagine da parte di alcuni studenti – le idee devono essere ben inquadrate e storicizzate prima di essere effettivamente comprese e giudicate.

Secondo Di Cintio, però, il giudizio etico-critico è uno strumento utile per agire nel presente. Si tratta infatti di un atteggiamento che presuppone l’esistenza di un orizzonte di possibilità aperto: noi uomini e donne siamo in grado di giudicare la storia perché questa non è il frutto di una concatenazione necessaria e deterministica di eventi, bensì un prodotto delle azioni umane. I ragazzi così imparano che la storia che apprendono a scuola è stata attuata e vissuta da individui inseriti in un “qui ed ora” che li ha influenzati, ma che sono stati in grado a loro volta di intervenire su di esso secondo una libera scelta. Quest’ottica mette di fronte ragazze e ragazzi alla presa di coscienza del fatto che le loro azioni possono comportare conseguenze anche sul lungo periodo. In questo modo il giudizio etico-critico della storia serve in modo particolare agli studenti, cittadini e cittadine di oggi e di domani, per raggiungere una consapevole assunzione di responsabilità nella realtà presente e futura.

Conclusioni

Le proposte didattiche contenute in questo libro sono sicuramente interessanti, ma dispendiose in termini di tempo impiegato in classe dagli alunni e a casa e dagli insegnanti, per formarsi ed approfondire le varie tematiche. Tuttavia, anche se i docenti non sono nelle condizioni di costruire dei percorsi simili ogni anno per ciascuna classe, è comunque possibile prendere ispirazione da questo esempio di didattica laboratoriale e proporre agli studenti degli spunti per considerare lo studio della storia tout court come una rigorosa “controstoria”, fieramente avversa ad ogni visione stereotipata o pregiudiziale del presente e del passato. Non dobbiamo dimenticare che la lettura critica di argomenti come la storia dell’Africa precoloniale o della conquista del Nuovo Mondo è diventata ormai un’esigenza educativa e didattica fondamentale in un mondo globalizzato: fornire ai giovani gli strumenti per potersi avvicinare alla diversità culturale in modo costruttivo passa anche attraverso un’analisi onesta del passato dell’Altro.

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