In ogni università italiana la prima lezione del corso di storia dell’arte è solitamente gremita di studenti accalcati sui banchi e, forse, persino seduti per terra. Se qualcuno per caso vi entrasse e sostasse sullo stipite della porta, anche solo per la prima mezz’ora, assisterebbe ad una scena ricorrente, quasi formulare: il professore in cattedra, guardando la sua platea con aria paterna ed alzando la voce per farsi sentire anche dall’orecchio più indifferente dell’ultima fila, esorta energicamente i presenti  a leggere quanto prima l’introduzione a Il significato nelle arti visive di Erwin Panofsky. Le teste abbassate sui fogli o sulle tastiere dei PC appunterebbero il titolo e il nome dell’illustre storico, sottolineandolo per far riaffiorare alla mente il tono accorato del docente al momento della rilettura in solitaria. Qualcuno dei presenti, forse, ha già sfogliato quelle pagine il cui titolo sembra non dichiarare altro che un’ovvietà: La storia dell’arte come disciplina umanistica.

Giuliano e Benedetto da Maiano, tarsie lignee dello studiolo di Federico da Montefeltro, 1476

Le discipline umanistiche: trincea da oltrepassare?

Perché interrogarsi su una categorizzazione accademica che si considera comunemente e concordemente valida? Panofsky intende portare in superficie da quel magma incoerente che nel nostro cervello etichettiamo come “studi umanistici” le ragioni prime che hanno portato l’uomo a distinguere – semanticamente – quelli che Erasmo chiamava gli studia humaniora dalle cosiddette scienze (Panofsky 1999, 8). Oggi nella percezione comune queste separazioni di campo sono date per assodate, cementate da quasi tre secoli di specializzazione unilaterale, e sono diventate trincee dietro cui gli studiosi si barricano in una continua guerra di posizione per guadagnare qualche metro nell’approvazione da parte della collettività. I colpi si alternano, gli uni gettano discredito verso le discipline improduttive che impiegano risorse comuni senza restituire alcun utile, gli altri contro l’arido calcolo costi-benefici delle scienze esatte, come se da un giorno all’altro l’uomo dovesse dichiarare vincitrice una delle due parti in via definitiva. Curioso che proprio noi, figli dell’Umanesimo, del Rinascimento e dell’Illuminismo, che tanto esaltiamo le infinite possibilità della mente umana, tentiamo – invece – di inscatolarle in compartimenti stagni per poi poter valutare quale di questi contenuti meriti il primo posto sul podio del valore sociale, culturale ed economico.

La via per porre fine a questa schermaglia si stende, nero su bianco, nelle pagine introduttive di Panofsky: la chiave è l’uomo, e la definizione della sua umanità. Humanitas: «una orgogliosa e tragica consapevolezza di principi liberamente accettati ed imposti a se stesso, di fronte alle imposizioni esterne della malattia, della decadenza e di tutto ciò che si intende per “condizione mortale” dell’uomo» (Panofsky 1999, 5). Il panorama che si apre di fronte a noi alla lettura di tale definizione è sconfinato, sfugge ad ogni tentativo di incasellamento, comprende ogni fibra della nostra intelligenza. E ruota attorno a due cardini: il valore e il limite. Valore, perché le aspirazioni e le creazioni umane possono travalicare i confini spazio-temporali che il mondo transeunte impone. Limite poiché, per quanto le scienze e le arti tentino di procrastinare l’arrivo dell’inesorabile parola “fine”, è insito in noi un desiderio inestinguibile di compiutezza, di demarcazione di confini. Questi due postulati governano parimenti le scienze e le discipline umanistiche ed è la ragione per cui prima dei tempi dell’Encyclopédie discettare sulle Odi oraziane e confrontarsi con gli Elementi di Euclide erano considerate facce della stessa medaglia. Di valore e limite sono intrise le parole che Dio rivolge ad Adamo nel De hominis dignitate di Pico della Mirandola (1496): «Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa forgiare da te nella forma che avrai preferito. Potrai degenerare negli esseri inferiori, che sono bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini» (Della Mirandola 2003, 22-23).

Hans Holbein il Giovane, Erasmo da Rotterdam, 1523 ca., Parigi, Musée du Louvre

Strumenti per affrontare criticamente la realtà

Dunque, come si può tentare di recidere il legame che secoli di storia hanno intessuto tra due filoni di studi che portano a realizzare l’umanità di ciascuno, pur secondo vie diverse? L’interesse ultimo di entrambi, sottolinea intelligentemente Panofsky, è la realtà: la realtà, che si presenta sia come fenomeno da sviscerare e perfezionare, sia come esito dell’accumulo di testimonianze da riportare in vita. «Una sottile differenza si ha in latino tra scientia e eruditio e in inglese tra knowledge e learning. Scientia e knowledge, che indicano un possesso mentale più che un processo, si possono far corrispondere alle scienze; eruditio e learning, che indicano più un processo che un possesso, alle discipline umanistiche. Il fine ideale della scienza sembra essere qualcosa come la competenza, quello delle discipline umanistiche qualcosa come la saggezza» (Panofsky 1999, 27-28). E per servirsi della competenza è senz’altro indispensabile la saggezza, così come la saggezza diviene sterile se privata di materiali pratici e tangibili su cui sperimentarsi. Rivalutare il senso dato alle parole potrebbe essere un buon punto di partenza per riconciliare il mondo complesso del sapere: rivedere, ad esempio, il significato di “utile”, che dovrebbe comprendere non solo quanto porta profitto ma anche tutto ciò che, in generale, aiuta a diventare migliori (Ordine 2015, 7-8). Qui, probabilmente, va ricercato il motivo ultimo per il quale una parte di studenti universitari in Italia è ancora intenzionata a realizzarsi professionalmente in una disciplina umanistica, perché la ricerca di senso non è ancora esaurita, il desiderio di interrogarsi sulle forme di espressione che l’uomo ha elaborato non è ancora sopito. Tutto questo non va certo inteso come un sentimentalismo nostalgico per un’età dell’oro perduta per sempre. È, anzi, una continua lotta contro la tentazione di adorare un’eredità statica e immota per ricordarci – come scrive Settis (2004, 124) – che la storia, in ogni sua forma, è «qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il “diverso”».

Terminate le pagine di La storia dell’arte come disciplina umanistica il novello studente non può rimanere indifferente. Il compito che lo attende come futuro studioso e come uomo è alto e l’onere di affacciarsi a una parte del nostro comune passato per indagarlo e tentare di trarne delle domande che siano capaci di interrogare il presente è indubbiamente una sfida ambiziosa. Qualcuno dirà che studiare le opere d’arte, testimonianze “inutili” dei nostri predecessori, è ormai anacronistico, un passatempo da nobiluomini che vivono di rendita e attraversano l’Europa del Grand Tour. Ma Gombrich (1976, 162), uno dei più grandi storici dell’arte del secolo scorso, ricorda che:

Lo studioso è un custode di ricordi. Non necessario, beninteso, che i ricordi sembrino importanti a tutti. A me non piacerebbe vivere in un mondo privo di ricordi.

Ernst H. GombrichA cavallo di un manico di scopa: saggi di teoria dell’arte, Torino, Einaudi, 1976, p. 162

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