Attualmente il mondo delle arti e delle lettere è sotto attacco, come dimostrato da un incessante dibattito che coinvolge ambienti accademici e istituzionali intorno all’opportunità di limitare drasticamente lo spazio e le risorse dedicate agli studi umanistici. Governi, personalità politiche, programmi educativi, ma anche società e famiglie sono sempre più convinti che, di fronte ad una realtà che investe principalmente nel progresso tecnico-scientifico, le competenze di cui i futuri cittadini abbisognano siano legate esclusivamente a tale settore.

La crisi che vive la cultura umanistica è principalmente dovuta alla forte dipendenza delle società moderne alla logica del profitto. Con l’avvento della globalizzazione e la conseguente interdipendenza delle economie nazionali, il benessere materiale è presto divenuto l’obiettivo precipuo da perseguire, e il PIL (prodotto interno lordo) è stato elevato ad indice privilegiato del tasso di crescita dei singoli stati. Nussbaum (2018, 22-29) osserva che tale modello di sviluppo sta orientando la sensibilità di governi e società sempre più verso attività e settori che paiono in diretto rapporto con la crescita economica, imponendo che gli sforzi di ogni nazione debbano tendere primariamente alla propria ricchezza interna. Ciò provoca un ripensamento delle politiche scolastiche, le quali vedono un notevole incremento di risorse e prestigio per i saperi tecnico-scientifici a discapito degli studi umanistici e artistici, sensibilmente ridimensionati e colpiti dallo stigma feroce dell’inutilità che li ha declassati ad infruttuose perdite di tempo. Tale situazione ha generato un paradigma conflittuale che Charles P. Snow ha definito delle “due culture” e che necessita ormai di essere superato attraverso un approccio consapevole della necessaria complementarietà degli studi scientifici e umanistici.

A tal proposito giunge in soccorso l’autorevole opinione di Tullio De Mauro (Nussbaum 2018, 7-16), il quale non nega la centralità delle competenze scientifiche e tecnologiche, ma ricorda che soltanto una consapevole integrazione di queste ultime con le equivalenti in ambito umanistico consentirà di avvalersi di intelligenze complete, capaci di cooperare al raggiungimento di un progresso non solo produttivo, ma anche sociale e, perciò, umano. Occorre dunque illuminare i valori taciuti dell’educazione umanistica al fine di dimostrare come essa sia determinante per la formazione di individui dotati degli strumenti necessari per operare in un mondo sempre più vasto e complesso e, soprattutto, per comprenderne il funzionamento.

La creatività della tecnica

Anzitutto va abbandonata l’idea dell’inapplicabilità pratica dell’educazione umanistica e della sua incompatibilità con l’imperante era della tecnica. Contrariamente a quanto attualmente si pensa, un’istruzione di impronta artistica e letteraria si integra perfettamente con le esigenze del settore tecnologico, che combina competenze pratico-scientifiche con facoltà creative e immaginative. Nel campo dell’innovazione è infatti fondamentale ideare nuove professioni e inventare nuovi programmi e prodotti che si adattino ad una società imprevedibile e mutevole, riuscendo ad intuirne le esigenze future. Secondo Umberto Eco (2014) l’avvenire appartiene a chi sa creare nuovi software, ovvero elaborare programmi innovatori che rendano i propri prodotti più efficienti e competitivi. C’è dunque bisogno di intelligenze allenate a maneggiare oggetti del tutto mentali, educate a comprendere la complessità del presente e del futuro.

Per fornire un esempio concreto, Eco (2014) ricorda il caso di Antonio Olivetti, imprenditore illuminato che estese il respiro della propria azienda, spaziando dalla produzione di macchine da scrivere alla progettazione dei primi computer. Egli assumeva brillanti ingegneri ed esperti di informatica, necessari per la costruzione materiale delle macchine, ma non esitava ad impiegare anche ottimi laureati in Filologia o Filosofia che, dopo un apprendistato in fabbrica, venivano destinati all’elaborazione dei progetti o all’amministrazione. Olivetti «aveva capito che gli ingegneri sono indispensabili per concepire lo “hardware”, ma che per inventare nuovi “software” (ovvero i programmi) occorreva una mente educata sulle avventure della creatività, esercitatasi su letteratura e filosofia» (Eco 2014). Non a caso l’imprenditore di Ivrea disponeva di una laurea in chimica industriale, accompagnata da solidi interessi culturali: com’è noto, fondò la casa editrice Edizioni di Comunità che si occupava di architettura, filosofia e scienze sociali.

Ci sono, dunque, ottime ragioni per credere che un’educazione umanistica fortifichi quelle capacità di immaginazione e di pensiero indipendente che sono garanti di successo nel campo dell’innovazione e che risultano anche fondamentali per tendere all’obiettivo della crescita economica e di una feconda cultura di mercato.

I più importanti formatori aziendali hanno capito da tempo che una buona capacità di immaginazione è un pilastro di una cultura imprenditoriale veramente prospera. L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative. La letteratura e le arti stimolano queste competenze e quando esse mancano la cultura di mercato si indebolisce in fretta.

Martha NussbaumNon per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 126

La cultura come arma di difesa

I benefici dell’integrazione tra le “due culture” sono dunque evidenti proprio all’interno dei settori produttivi oggi più centrali per garantire lo sviluppo economico delle nostre società. Tuttavia, è forse superfluo osservare che i vantaggi dello sviluppo di una sana educazione umanistica superano di gran lunga l’ambito puramente materiale. La capacità di comprendere la complessità che ci circonda fornisce non solo strumenti utili a produrre ricchezza, ma anche a difendersi dagli usi faziosi e disonesti di nuove e vecchie forme di condizionamento delle coscienze. In un mondo dominato dall’ossessione per il potere economico, in cui i cittadini vengono visti anzitutto (e forse solo) come consumatori e dunque come numeri in grado di aumentare profitti o consensi, fioriscono svariate strategie di addomesticamento delle intelligenze. Esempi piuttosto evidenti si riscontrano nell’uso dei canali di comunicazione, molti dei quali vengono sfruttati per atrofizzare le facoltà di giudizio e indurre ad un’adesione acritica ai contenuti proposti: si pensi ai meccanismi persuasivi del bombardamento pubblicitario, all’informazione mediatica che diventa cronaca sterile senza offrire spunti di riflessione o, ancora, alla manipolazione propagandistica dei fatti sotto forma di fake news, mirata ad alterare la realtà per favorire interessi personali e linee politiche. In un tale contesto deve emergere con forza la voce di chi ritiene che, per il bene della collettività, sia indispensabile salvaguardare tutte le discipline che stimolano le facoltà critiche e insegnano a pensare e a ragionare autonomamente. La posizione di Luciano Canfora, filologo e storico del mondo antico votato alla difesa dell’istruzione classica, è perfettamente in linea con tale proposito:

La formazione di una persona, la capacità critica, la capacità di pensare senza farsi imbottire la testa dal primo demagogo, dalla prima televisione, dal primo giornaletto, la capacità di reagire criticamente è un valore immediato, funziona da subito, e questo potremmo dire è il risultato immediatamente utile del liceo: pensare criticamente.

Luciano Canfora«Canfora: “Latino e greco? Pensare criticamente la cosa più importante”», La città di Salerno, 12 gennaio 2018

Chi non sa riflettere è infatti più influenzabile e dunque esposto a condizionamenti esterni, a venire ingannato dalla fama di un oratore, a prendere decisioni seguendo il giudizio della maggioranza anziché il proprio. L’esercizio del pensiero e dell’introspezione permette di evitare che tali debolezze si creino e vengano manipolate, nonché di ridurre gli usi scorretti dei più innovativi strumenti tecnici. Infatti quanto più i valori umani(stici) di empatia, rispetto e sensibilità verso l’altro permeeranno le coscienze individuali, a prescindere dalla loro formazione professionale, tanto più si favorirà un uso etico delle ricchezze e delle competenze pratiche.

Le qualità dell’educazione umanistica, applicate alle tendenze evolutive delle nostre società, sono dunque molteplici: esse dispiegano le migliori potenzialità delle attività tecniche e garantiscono uno sviluppo interno competitivo, sia in termini economici e produttivi, che umani e culturali. Progresso materiale, sviluppo di coscienza critica e morale sono dunque i risultati dell’integrazione delle “due culture”, che appare ormai auspicabile quanto necessaria.

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