Per ogni lingua ed ogni periodo storico, si pone il problema del mutamento linguistico. La lingua infatti si rivela, quasi paradossalmente, rigida e flessibile, dal momento che – se studiata diacronicamente (ovvero dal punto di vista del suo cambiamento nel tempo) – «mostra nel contempo continuità e cambiamento» (Coseriu 1992, 2). Ogni lingua è infatti sottoposta a continue variazioni, che interessano piani diversi ed agiscono con velocità differenti a seconda della categoria linguistica che vanno a modificare. Sul piano fonologico, morfologico e sintattico, i cambiamenti sono lenti e spesso impercettibili. Sul piano lessicale, invece, essi intercorrono con una velocità tale che, spesso, rende difficile la registrazione di neologismi o di prestiti provenienti da altre lingue (i quali sono, come mai prima d’oggi, in continuo aumento).

La lingua dell’uso: come si aggiorna un vocabolario?

L’opera di compilazione di un vocabolario non può dunque prescindere da un’indagine linguistica accurata, capace di tenere conto delle continue innovazioni che agiscono a livello lessicale. Le continue modificazioni non riguardano esclusivamente l’introduzione di vocaboli nuovi, ma concernono anche l’estinzione di parole ritenute desuete, in quanto del tutto sparite dall’uso, oppure usate esclusivamente da una fascia di parlanti numericamente irrisoria. Il repertorio linguistico di una lingua si rivela dunque in costante aggiornamento e l’operazione di censimento dei vocaboli che appartengono alla lingua in questione si mostra complessa e, talvolta, persino controversa.

Prendiamo ad esempio l’italiano, lingua che – se confrontata con le altre “sorelle” romanze – mostra il maggior grado di conservatività dal latino, la lingua madre da cui trae origine. Sulla base delle difficoltà fin qui illustrate, come si può conoscere con precisione il numero di vocaboli da cui l’italiano è costituito? Basandoci sui dati forniti da Lorenzetti (2002, 36), è possibile effettuare un rapido confronto tra i lemmi registrati da due dei più ampi vocabolari della lingua italiana. Si contano 210.000 vocaboli presenti nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, a fronte dei più di 260.000 contenuti nel Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio de Mauro. Essi, tuttavia, essendo stati completati entro il primo decennio del Duemila, non comprendono i vocaboli di più recente introduzione e registrano numerosi termini che non trovano più concreta applicazione nella società italiana degli ultimi anni.

La nostra lingua ha più di un millennio di storia, e i conti evidentemente cambiano se ci limitiamo alle parole che sono ancora oggi vive e utilizzabili, oppure se consideriamo le parole di tutta questa storia, comprese quelle che da secoli sono scomparse dall’uso.

Luca LorenzettiL’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 2002, p. 36

Lo scheletro di un vocabolario: una classificazione

È ovviamente impensabile che vi siano parlanti italòfoni che conoscono il significato di tutti i vocaboli, o che vi siano persone che fanno uso di tutti questi termini nelle loro comunicazioni quotidiane. All’interno di queste parole è possibile infatti effettuare una classificazione, tale da permettere l’individuazione di sottogruppi lessicali. Il repertorio linguistico italiano può essere così ripartito entro 5 macro-categorie:

  1. vocabolario di base, comprensivo di tutti i termini di cui un parlante dotato di un medio livello di istruzione si serve in larga misura. Essi sono finalizzati all’elaborazione di qualsiasi tipo di testo o di enunciato verbale. Entro il vocabolario di base è possibile distinguere il lessico fondamentale, di altissima frequenza e il lessico di alto uso, di frequenza immediatamente inferiore;
  2. intorno al vocabolario di base, troviamo una fascia che possiamo definire vocabolario comune. Ad essa possono essere ricondotte parole che non fanno riferimento a particolari settori tecnici, né sono caratteristiche di una particolare area geografica. «Le parole di questa fetta di vocabolario sono comprese da chiunque abbia un’istruzione medio-alta» (Lorenzetti, p. 40) e presentano, a titolo di esempio, termini come arpione, arrabattarsi, vecchiaia, zelante;
  3. l’unione tra vocabolario di base e vocabolario comune va a costituire il vocabolario corrente, cioè il complesso delle parole «che in linea di massima risultano prive di ogni sfumatura regionale, stilistica o settoriale, e quindi sono mediamente condivisibili da tutti gli italiani» (Lorenzetti, p. 40);
  4. passando alla dimensione stilistica, è possibile distinguere termini riservati esclusivamente all’uso letterario. Parole quali acheronteo, cimbalo, mavorzio, sono «inutilizzabili nel discorso comune e vengono capite soltanto da chi ha familiarità con l’italiano della letteratura» (Lorenzetti, p. 42);
  5. infine, hanno ampia consistenza quantitativa i lessici settoriali, soprattutto tecnici e scientifici. Questi «riflettono immediatamente il progresso tecnico e scientifico e quindi si modificano più facilmente di altri settori lessicali» (Lorenzetti, p. 43).

Contrastare il cambiamento: la tutela del lessico e la missione di Zanichelli

Presentata rapidamente la varietà di cui si costituisce un vocabolario, risulteranno chiare le difficoltà che riscontrano gli addetti che, di anno in anno, sono incaricati di aggiornare le voci dei dizionari di lingua italiana. Emblematico risulta il caso dell’editrice bolognese Zanichelli che, di fronte al rapido declino di vocaboli spariti dall’uso a causa della rapidità del mutamento linguistico, ha deciso di promuovere una campagna finalizzata alla tutela di 3.126 parole considerate “a rischio di estinzione”. Partendo dalla convinzione che la ricchezza lessicale sia fondamentale per una corretta espressione del proprio pensiero, Zanichelli inaugura il progetto #paroledasalvare per «cercare di contrastare l’imminente impoverimento culturale» (D’Aiuto 2019). L’iniziativa consiste in un «vero e proprio pronto intervento, che sta prendendo piede nelle più numerose e celebri piazze d’Italia, agendo direttamente sulle persone»  (D’Aiuto 2019).

L’iniziativa prevede un tour che, iniziato sabato 21 settembre a Milano e proseguito dal 29 settembre al 5 ottobre a Torino, continua dal 6 all’11 ottobre a Bologna, dal 12 al 19 a Firenze, dal 20 al 26 a Bari, e si concluderà il 2 novembre a Palermo. L’intervento presenta «aree appositamente allestite e finalizzate ad una compartecipazione attiva delle persone» (D’Aiuto 2019), affinché adottino uno dei termini passibili di dileguo, prendendosene cura al fine di scongiurarne l’estinzione. Il progetto si fonda sulla radicata convinzione che ampliare il proprio repertorio lessicale non significhi «pavoneggiarsi o peggio assumere toni snobistici, ma arricchire gli strumenti a disposizione per sviluppare la propria personalità e migliorare la propria capacità di comprensione» (così recita la presentazione del progetto sul sito della Zanichelli).

L’inefficacia dei sinonimi: la salvaguardia delle parole ‘insostituibili’

Certamente una missione meritevole di essere tentata, nella speranza di salvaguardare la complessità lessicale della nostra lingua. Secondo Zanichelli, infatti, le #paroledasalvare si rivelano insostituibili, in quanto la loro estinzione favorirebbe l’ascesa di sinonimi inadatti a restituire con la stessa pregnanza semantica il concetto che si desidera esprimere. Facciamo un esempio. Invece di affermare che qualcuno ci vuole “ingannare” o “prendere in giro”, possiamo usare abbindolare (che rinvia al “bindolo”, all’arcolaio che girava per dipanare una matassa trasformandola in gomitolo), circuire (che rinvia a sua volta a una circolarità, a un “andare intorno”) oppure irretire (che rimanda invece a un a un “prendere nella rete” e che contiene anche il significato di “sedurre”, cioè di condurre a sé). Dall’esempio appena riportato, appare evidente che la missione di Zanichelli non tenta semplicemente di scongiurare l’estinzione di alcuni termini, ma persegue anche un fine didattico: il riferimento all’etimologia di queste parole permette infatti di ricostruirne la storia e l’impiego originario, dando spunto ad ulteriori stimoli di riflessione.

Ad oggi, l’iniziativa ha già ottenuto risultati positivi, riscuotendo innanzitutto una notevole eco mediatica (digitando sui vari social l’hashtag #paroledasalvare è possibile rendersi conto dell’ampio consenso che l’iniziativa ha ricevuto, soprattutto tra i giovani). Riuscirà la missione didattica di Zanichelli a salvare tutte le parole a rischio di estinzione? Questo solo il tempo potrà dircelo.

Un altro punto di vista

Tuttavia, di fronte alla consapevolezza che il mutamento linguistico è sempre esistito e continuerà ad esistere, e partendo dall’assunto che è solo grazie ad esso se l’italiano è sorto differenziandosi dal latino, è corretto opporsi al cambiamento o sarebbe invece giusto lasciare che agisca naturalmente, senza arrestarne il corso inevitabile? Su queste domande, cui è impossibile dare una risposta in grado di soddisfare tutti, tenterò di riflettere nel prossimo articolo, partendo dall’illustrazione dei punti chiave della diatriba tra puristi della lingua e neopuristi.

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