Puntualmente e con una certa cadenza, qualcuno si alza in piedi e annuncia che la poesia è morta: uccisa dalle avanguardie, dall’immagine, da Internet… Ma la poesia è una vecchia ragazza sempre presente alle esequie di chi ne aveva proclamato a gran voce e con gran clamore la morte. Il secolo deicida di Nietzsche non è riuscito – non è ancora riuscito? – a uccidere la poesia. Essa cambia forma, si rinnova, si rigenera e così resiste anche ai più radicali mutamenti socio-culturali.

Mi viene da credere che questa presunta morte, prima che della poesia in sé, sia dell’idea, più o meno fondata, che abbiamo della poesia. È un rapporto tutto personale e soggettivo quello che instauriamo con un componimento poetico; sicché ognuno di noi si pone con un atteggiamento sempre diverso di fronte a una poesia. La si può, ad esempio, recepire unicamente come puro e irripetibile atto estetico, che partecipa in un certo modo dell’Assoluto, del Sublime; ma la poesia è anche un atto sociale e culturale, è pienamente coinvolta nel divenire e nutrita, rifocillata dal cambiamento. Dunque, al mutare sempre più vorticoso delle coordinate di riferimento della nostra epoca, consegue un ancor più marcato metamorfismo della poesia – è una caratteristica già comunque presente, seppure in misura molto minore, nella tradizione del genere. Una radicale chirurgia plastica sta modificando il volto della poesia contemporanea, ma non ne muta il carattere. Poetry slam, street poetry, instapoetry: queste le nuove forme che una giovane generazione di scrittori sta dando alla poesia.

L’instapoetry

Sono brevi, immediati, imaginifici: si presentano così i componimenti degli instapoets, autori di versi pubblicati sui social network, come Instagram, Facebook o Twitter. Paradossalmente è in uno dei nidi della cultura dell’immagine, Instagram, che la poesia ha trovato un nuovo slancio per la sua diffusione. Tra i campioni di questa nuova onda letteraria non possiamo non citare Rupi Kaur: classe ‘92, questa giovane poetessa di origini indiane, emigrata in Canada, ha trovato una formula vincente, sia in termini di forma, che di contenuto, che di canale, ottenendo un sorprendente successo di pubblico. I quasi quattro milioni di followers su Instagram si sono tradotti in vendite record per i suoi libri di poesie finora pubblicati, Milk and honey (2017) e The Sun and Her Flowers (2018).

Kaur ha finalizzato alcuni limiti di Instagram – il confinamento di un post testuale negli spazi angusti di un’immagine – per proporre poesie brevi e il più dense possibili, da un ridotto ma essenziale apparato retorico e, non secondariamente, accompagnate da illustrazioni di suo pugno. Proprio nell’affiancamento di immagini alle parole si trova uno dei tratti più caratteristici della poesia social di Instagram: a una scrittura poetica già di per sé sfrondata da qualsiasi orpello ne rallenti una fruizione immediata viene accostata, dunque, l’ulteriore istantaneità dell’arte figurativa.

Il poetry slam

Non è solo nel mondo digitale che si assiste a un rinvigorimento della poesia: essa sta tornando anche nella sua dimensione primigenia, originaria, quella della strada e della piazza, dove i nuovi aedi del poetry slam l’hanno trasformata in performance e spettacolo accessibili a chiunque. Nato negli Stati Uniti tra anni ‘80 e anni ‘90 e diffusosi presto in tutto il mondo, giunse in Italia nei primissimi anni 2000, introdotto da Lello Voce.

La poesia del poetry slam si caratterizza essenzialmente per la sua oralità e per la partecipazione attiva del pubblico presente, chiamato a esprimersi, tramite una giuria scelta a caso tra gli spettatori, sui brani alla recitazione dei quali ha assistito. Il ventaglio delle possibilità espressive della poesia del poetry slam non è ridotto dal suo spazio orale; bensì, si spalanca su altri versanti, accogliendo quelli che in poesia sono i vasti e ancora in larga parte inesplorati orizzonti della prosodia e dell’azione scenica: il corpo e la voce entrano, come l’immagine per gli instapoets, a supporto prezioso del testo verbale.

La street poetry

Street poetry si chiama, invece, quella che appare misteriosamente sui muri degli edifici di una città: una branca della street art che mira a restituire alla poesia lo spazio che le spetta, sottraendolo al grigiore urbano del cemento e trasformando la parete nuda in una pagina bianca del libro di mattoni delle metropoli. Collettivi come il MeP (Movimento per l’Emancipazione della Poesia) ormai da quasi dieci anni affiggono fogli di carta con su scritti versi anonimi che dalla nicchia bianca strappata al continuum monocromo della parete e dell’appiattimento culturale, declamano la loro resistenza al decadimento della pratica poetica.

Voci critiche

Alcuni (fra gli altri Aldo Nove e Marco Santagata) negano lo statuto poetico di queste nuove forme di versificazione: hanno le loro ottime ragioni. Qui, però, non mi preme questionare sulla poeticità delle opere proposte su canali – chiamiamoli così – “non convenzionali”; lo ritengo, francamente, un dibattito sterile, viziato da un pregiudizio sui mezzi di comunicazione scelti: se da un lato pare assurdo inquadrare sotto un’unica categoria una produzione tanto vasta e diversificata – ci sarà pure qualcosa di valido, sperduto in questo mare magnum: compito del critico è trovarlo –, dall’altro è pure vero che neppure la carta stampata è mai stata una garanzia assoluta di qualità. Certo, le dinamiche più perverse dell’auto-pubblicazione sono esaltate dalla libertà permessa dai social network e in un numero cospicuo di casi si assiste ad una sorta di “populismo poetico”, per cui la qualità subisce una speculazione al ribasso e nel pubblico non cresce la sensibilizzazione alla bella poesia. Ma il grande merito di questi nuovi canali di comunicazione è che hanno recato soccorso alla forma poetica, insaccata e trinceratasi tra le pagine di libri spesso invenduti, riportandola addirittura a espandersi e a riprendere terreno, allargando il suo pubblico e iniettandole nuova linfa vitale.

Insomma, la poesia ci salverà. La poesia è una strana creatura che, mentre ci illude e ci fa credere la sua morte, ha già compiuto la sua rinascita: in questa sua morte sempre annunciata e mai realizzata sta la capacità di eternarsi della poesia, che dialoga, costantemente, tra novità e tradizione e che ci insegnerà, probabilmente, come non morire.

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