Per inquadrare una delle problematiche più complesse collegate all’introduzione dei sistemi di Intelligenza artificiale nelle nostre vite (d’ora in poi AI), è utile fare un passo indietro e rimandare al principio del dibattito tra Yuval Noah Harari e Fei-Fei Li, andato in scena nell’aprile del 2019 presso il McCoy Center for Ethics in Society dell’Università di Stanford, e da noi stessi richiamato nel precedente contributo. La discussione, infatti, è partita proprio dalla contestazione, mossa dallo storico israeliano, alla centralità della nostra libertà di scelta nel prossimo futuro. Quest’ultima potrebbe apparire, almeno a prima vista, come una questione priva di un reale interesse, al massimo un innocuo passatempo per filosofi alla perenne ricerca di un dilemma sul quale riflettere.

Le nostre scelte alla luce delle neuroscienze: il libero arbitrio non è più così libero

In realtà, come Harari ha cercato di spiegare alla platea del Memorial Auditorium, gli straordinari progressi nel campo delle scienze biologiche, in particolare nelle neuroscienze, in merito alla capacità di mappare l’attività neurale e i processi elettrochimici che avvengono nel nostro cervello, stanno gradualmente conducendo autorevoli esperti del settore a mettere in discussione l’assoluta libertà dei nostri processi decisionali. Da circa un decennio a questa parte, l’opinione prevalente all’interno della comunità scientifica riguardo la natura dei meccanismi umani di decision-making, infatti, è che essi rappresentino niente di più che una reazione a catena di eventi biochimici, quasi del tutto decifrabili ed in alcuni casi prevedibili anche prima che il soggetto ne sia consapevole, attraverso semplici esperimenti di scansione cerebrale; dunque, non certo il frutto di un misterioso «libero arbitrio» come fonte suprema di ogni nostra decisione. Tali processi biochimici possono accadere nel nostro cervello in virtù di uno stimolo esterno, oppure essere frutto di eventi casuali e le scelte e le azioni compiute a seguito di tali processi non possono certo dirsi libere.

L’esperimento di Libet mostra come le nostre scelte non siano in realtà affatto libere

Tuttavia, è doveroso sottolineare che tali recenti scoperte non mettono in discussione la dinamica che ognuno di noi sperimenta quando agisce in base ai propri desideri. In effetti, la questione fondamentale non è se tutti noi agiamo in base ai nostri desideri, in quanto ciò può dirsi vero per qualsiasi altro animale, ma se possiamo scegliere quegli stessi desideriIn definitiva, ciò che le neuroscienze si trovano oggi a sostenere è che noi non scegliamo i nostri desideri, ci limitiamo a sentirli e ad agire conseguentemente.

I think in reality, from a neuroscience basis, what we should think of free will is simply a subjective feeling of your unconscious brain making decision. Free will is […] the feeling we get when the unconscious brain makes the decision, giving us the impression that it was the conscious mind that just made that decision.

Dean BuonomanoNeuroscienziato e professore all’Università della California (Los Angeles)

Al World Science Festival di New York del 2015, il ricercatore Christof Koch spiega come i movimenti neuronali che generano le nostre azioni inizino alcuni millisecondi prima che diveniamo consapevoli delle nostre decisioni

Secondo Harari, simili avanzamenti nel campo delle scienze biologiche, oltre a riportare prepotentemente alla nostra attenzione questioni e dibattiti di natura filosofica che si ritenevano scomparsi da secoli, qualora considerati congiuntamente alla rivoluzione tecnologica dell’AI, nel corso dei prossimi decenni potrebbero minare alla base le fondamenta su cui si regge l’intero ordinamento politico ed economico dell’Occidente contemporaneo, mettendo in discussone l’idea stessa di che cosa voglia dire essere “umani” nel XXI secolo. Vediamo perché.

Algoritmi e agency umana: hacking humans?

Nel 2019 la maggior parte del globo risulta dominata dalle istituzioni della democrazia liberale sul piano politico e dal libero mercato nella sfera economica. L’ordinamento liberale, affermatosi in due terzi del pianeta dopo il crollo del comunismo sovietico, ha sempre attribuito la massima autorità possibile alla libertà di scelta dell’individuo, esortandolo ad ascoltare i propri sentimenti e agire di conseguenza ogni volta che si trovi davanti a delle alternative, dalle più banali – come le scelte sui propri acquisti – passando per le decisioni sentimentali, fino alla scelta del politico cui assegnare il proprio voto in libere elezioni. La tenuta di un siffatto ordinamento si regge dunque sulla convinzione secondo cui la facoltà di scelta di ogni individuo sia effettivamente impossibile da manipolare completamente, ovvero che nessun altro al mondo possa conoscere i vostri desideri meglio di voi stessi. Di fatto, secondo il pensiero liberale, il libero arbitrio individuale e la capacità autonoma di scelta hanno sempre rappresentato la suprema matrice e fonte di senso della vita di ciascuno, così come delle stesse istituzioni democratiche e del libero mercato.

Secondo Yuval Harari, tuttavia, nei prossimi decenni la fiducia riposta dalla struttura di pensiero liberale nell’autonoma capacità di scelta individuale potrebbe essere seriamente messa in discussione non tanto da astratte speculazioni filosofiche che si divertono a negare l’esistenza del libero arbitrio umano, quanto da concreti sistemi tecnologici di Intelligenza artificiale. La rivoluzione tecnologica dell’AI, infatti, consente oggi di disporre di strumenti di calcolo algoritmico in grado di maneggiare enormi quantità di dati. Questi strumenti, una volta integrati stabilmente all’interno delle nostre vite, trattando gli esseri umani puramente alla stregua di sistemi complessi composti da un insieme di meccanismi biochimici, raccogliendo costantemente dati biometrici su di noi (relativi alle diverse attività del nostro sistema nervoso e corporeo) potrebbero gradualmente arrivare a conoscerci meglio di noi stessi.

Un processo, quest’ultimo, che lo storico israeliano durante il dibattito con Fei-Fei Li ha definito «hacking humans», e che potrebbe condurci a delegare una quantità sempre maggiore di decisioni ai sistemi di Intelligenza artificiale, portando in definitiva al trasferimento dell’autorità e della matrice di senso delle nostre vite dagli esseri umani agli algoritmi dell’AI.

Ascolta l’algoritmo: l’AI nelle nostre vite

Come sottolinea Harari, affinché tutto questo divenga realtà nei decenni a venire, non occorre che tali algoritmi ci consiglino in maniera impeccabile in ogni occasione senza mai commettere errori: sarà sufficiente invece che essi lo facciano meglio di quanto potremmo fare noi stessi. Una simile situazione, lungi dal rappresentare uno scenario apocalittico frutto delle fantasie di qualche sceneggiatore di film di fantascienza, è già una realtà per moltissimi individui, che possono oggi utilizzare sensori indossabili attraverso smartphone o orologi, sviluppati da colossi come Google e Microsoft, che monitorano e decifrano diverse tipologie di dati biometrici, come la pressione sanguigna o il livello di zucchero nel sangue, dando suggerimenti accurati su come variare il proprio stile di vita, o annunciando in anticipo la contrazione di influenze e altre malattie.

In aggiunta agli smartwatch è significativa la partnership di Google con Novartis per creare lenti a contatto “intelligenti”

Ancora, una recente ricerca, portata avanti da Facebook, ha dimostrato come l’algoritmo sviluppato dalla società di Menlo Park sia effettivamente in grado di predire in anticipo e con disarmante esattezza – anche meglio di amici e parenti stretti – le risposte date da circa ottantamila volontari in un quiz sulla loro personalità, solamente attraverso l’analisi dei like assegnati da questi ultimi sulla piattaforma del popolare social network.

Inoltre, la velocità con la quale l’industria tecnologica è riuscita fino a questo momento a proseguire nella miniaturizzazione dei componenti delle proprie creazioni rende davvero concreta la possibilità che tali sensori diventino gradualmente sempre più accessibili economicamente e sempre meno invadenti da indossare. Se questa eventualità dovesse davvero verificarsi, il costante monitoraggio delle variazioni biometriche del nostro organismo da parte dell’AI potrebbe consentire a questi sistemi di prendere qualsiasi decisione per noi in maniera assai più accurata ed oggettiva, partendo da quale film guardare o quale università frequentare fino a quale partner scegliere per un’uscita romantica. Naturalmente, si tratta solo di previsioni sul futuro e uno scenario del genere non si verificherà necessariamente. La stessa Fei-Fei Li, in risposta al modello di futuro descritto da Harari nel corso del dibattito, ha sottolineato come i ricercatori del campo dell’AI siano ancora ben lontani da sviluppare sistemi di calcolo e di analisi dei dati in grado di hackerare l’umanità in maniera compiuta e definitiva.

Tuttavia, risulta difficile ignorare il progressivo aumento della centralità dei dispositivi tecnologici nelle nostre vite, un processo che potrebbe gradualmente agevolarne il passaggio da semplici strumenti a guide principali del nostro agire, anche e soprattutto nelle decisioni più importanti che potremmo dover affrontare. Da questo punto di vista, la prospettiva più preoccupante del prossimo futuro è forse quella di assistere ad un mondo non più antropocentrico, nel quale in numerosi ambiti della vita privata la responsabilità d’azione e l’autorità vengano trasferite da esseri umani ad algoritmi privi di coscienza. A dire il vero, in tale processo potrebbero essere implicati anche numerosi campi della vita sociale e pubblica: si pensi soltanto all’impiego su vasta scala delle driverless cars nel settore dei trasporti.

La stessa percezione che oramai dall’età rinascimentale gli esseri umani hanno sempre nutrito su sé stessi, concependosi come individui autonomi e padroni incontrastati del proprio destino, potrebbe rapidamente venire modificata da uno scenario simile. L’abbandono dell’auscultazione della propria interiorità nel processo di decision-making potrebbe infatti portare gli individui a percepirsi unicamente come una raccolta di dati biochimici, costantemente analizzata dagli algoritmi di un sistema intelligente.

Conclusioni: qual è la prossima mossa?

L’eventualità che gli uomini vengano gradualmente spogliati dell’autorità nelle loro scelte a beneficio dei sistemi di AI potrebbe portare con sé un sostanziale impoverimento del significato e del senso che ognuno di noi attribuisce alla propria vita. Ma quella che ho cercato di descrivere in questo contributo rappresenta solo una delle innumerevoli problematiche connesse alla rivoluzione dell’AI, circoscritta peraltro ad un livello teorico e generale. Come è facile immaginare, infatti, le sue concrete modalità di applicazione ed introduzione nella pressoché totalità dei settori professionali attuali pone problematiche di altrettanto difficile risoluzione.

Lungi dal proporre soluzioni immediate e di sicuro successo, questo articolo intende essere soprattutto un invito rivolto a ciascuno ad interessarsi di tali problematiche, oltre che uno stimolo per provare a rispondere a due domande fondamentali sottese all’intera questione esposta nelle righe precedenti. Gli esseri umani si riducono davvero solo ad una serie di meccanismi biochimici?  Cosa possiamo fare concretamente per evitare un futuro che rischia di ridurre la centralità umana nella vita sociale come nella sfera d’azione individuale? La portata di domande come queste, che esprimono solo due dei numerosi punti critici sul futuro sviluppo dell’AI, fanno apparire con grande chiarezza l’impellente necessità dell’apertura di un dialogo e di una cooperazione tra figure del mondo umanistico, politico, e tecnico-scientifico, al fine di costruire un’idea di futuro il più possibile corrispondente alle nostre migliori aspettative.

Il dibattito tra Fei-Fei Li e Yuval Noah Harari – pur nella sua brevità – rappresenta un esperimento davvero prezioso per cogliere le potenzialità benefiche di questo dialogo tra figure intellettuali appartenenti alle «due culture», umanistica e scientifica. In questo senso, esso può essere concepito come l’inizio di un nuovo capitolo nella storia dello sviluppo dell’AI, aperto ad importanti sviluppi futuri, come le stesse parole scelte da Fei-Fei Li per riassumere la discussione con lo storico israeliano hanno chiaramente suggerito:

We opened the dialog between the humanist and the technologist, and I want to see more of that.

Fei-Fei LiCo-direttrice dello Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence

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