Insegnare materie umanistiche  al giorno d’oggi è diventata un’impresa difficile. Il cambio di generazioni, il mutamento di alcuni aspetti della società, le molteplici aspettative hanno modificato il ruolo dell’insegnante. Che misure può prendere un docente per adattarsi a questi cambiamenti?

La visione degli studenti nei confronti delle materie letterarie

Borsa stipata di libri ingialliti e vecchi, la Divina Commedia piena di post-it e quelle Notti Bianche che avranno almeno trent’anni. È così che si presenta l’insegnante di lettere medio, dopo il suono della prima campanella, serbando nel cuore un Dostoevskij che non vede l’ora di spiegare. E i ragazzi in modo svogliato appoggiando il libro sopra al banco, riflettono sulla maniera più adatta per trascorrere quell’ora che sa di parole difficili e di monotonia. Storie, racconti, personaggi mai sentiti prima che si scontrano in un duello che sembra non avere mai fine; ma ad un certo punto ci sarà un vincitore? Hanno lo sguardo assente e il pensiero rivolto a quel sabato sera organizzato nei minimi dettagli, in cui nulla dovrà andare storto. Provano una sorta di adrenalina particolare, una gioia mista ad impazienza e ricordano vagamente che qualcuno di importante aveva detto: «L’attesa del piacere è essa stessa il piacere». Ma chi era? D’Annunzio? Forse Pascoli? O qualche filosofo?

L’insegnante parla, muove la testa, gesticola e di tanto in tanto si alza e inizia a volteggiare tra i banchi, come se la narrativa fosse una dolce melodia. E loro, provati dal tedio di quelle parole, iniziano a rendersi conto che l’ora successiva avranno il compito di fisica e che le formule non se le ricordano così bene. In fin dei conti, ascoltare un testo non è così importante, poi lo si può recuperare facendo una lettura veloce, sottolineando qualche parola chiave e sarà possibile intrattenere un discorso tergiversando sul contenuto. Con i numeri non lo si può fare, perché la matematica non è un’opinione, ma con le parole ci si può permettere di far tutto. Anche non ascoltarle.

Cosa dovrebbe fare l’insegnante per appassionare i suoi studenti alla letteratura

Il ruolo dell’insegnante, fin dalle origini, è sempre stato quello di educare. Educere, che etimologicamente significa “condurre dietro di sé”, “condurre verso la giusta via” è stato un credo per gli antichi, particolarmente dediti all’istruzione dei giovani. Socrate credeva in un sapere non definito, ma perennemente in costruzione e in una conoscenza che con il trascorrere del tempo sarebbe divenuta sempre più approfondita e precisa. Per rendere possibile questo, gli studenti devono sentirsi invitati allo studio e non obbligati; l’insegnante deve essere in grado di far scattare la scintilla vicino alla miccia in modo da scatenare il fuoco della passione per le lettere. Le parole, i romanzi, i personaggi devono entrare nel cuore dello studente, devono scavare tra le sue paure, devono turbarlo e – qualche volta – metterlo in crisi. Krísis, ovvero “decisione” e “scelta”, che implica una scissione e una rottura, poiché per conoscere veramente la sua interiorità e imparare a leggere dentro ai fatti e dietro alle parole è necessario che cada e che assista ad un faccia a faccia con se stesso.

La figura dell’insegnante severo, con la bacchetta in mano e il cipiglio, oramai è superata; la generazione è cambiata e con essa anche l’educazione impartita. Se un tempo la letteratura era studiata per dovere, ora non viene studiata per mancanza di entusiasmo, dal momento che i poeti, gli scrittori e di conseguenza i romanzi vengono considerati fini a loro stessi.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’abilità dell’insegnante; egli deve saper far breccia nel cuore degli studenti, calarli all’interno del testo e far capire che quella storia – quel troiano che ha abbandonato la moglie e il figlio per combattere in difesa della patria, quel greco che si è disperato fino a strapparsi i capelli vedendo il corpo esanime dell’amico, quel paladino che è impazzito per amore o quel poeta che sapeva scorgere l’infinito dietro la siepe – non appartengono al passato, ma sono figli del presente. Sono situazioni universali e senza tempo da non dimenticare dopo l’interrogazione da dieci, perché sono insiti nella quotidianità nonostante gli abiti, il linguaggio e il secolo siano cambiati.

Lo studente nei momenti di sconforto dovrebbe ricordare la lezione del giorno precedente, correre davanti alla mensola, prendere il libro e leggere, tentando di trovare risposte a quesiti che sembrano trovare un senso solo tra quelle pagine. Daniel Pennac, celebre scrittore francese, in Diario di scuola scrive:

Se voglio sperare nella loro piena presenza, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione. Come riuscirci? È qualcosa che si impara, soprattutto sul campo, col tempo. Una sola certezza, la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all’intera classe e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione.

Daniel PennacDiario di scuola, Milano, Feltrinelli, 2007, p. 103

Ma il valore inestimabile del docente consiste nel far capire che sono loro i protagonisti del romanzo della propria vita e possono contare sempre su quegli eroi silenziosi, chiamati comunemente insegnanti.

La cura delle relazioni migliora l’apprendimento e il rendimento scolastico

Dovrebbe essere proprio l’insegnante di Lettere a occuparsi delle relazioni all’interno del gruppo classe, avendo un maggior numero di ore a disposizione rispetto agli altri docenti, e invitare gli studenti a uscire da quel guscio di titubanza e paura.

Mediante la spiegazione, lo studio e l’approfondimento di tematiche attuali, l’insegnante può indurre gli studenti a riflettere e a stimolarli al confronto. Non è producente che la classe sia composta da giovani menti con il solo dovere di assorbire nozioni, svolgere un compito brillante o vantare un’ottima valutazione. Prima di tutto deve emergere il lato umano di ognuno, ovvero il coraggio di aprirsi, di esprimersi, di formulare una critica costruttiva verso l’altro, di emozionarsi. Solo in questo modo è probabile che venga tessuta una rete di legami che va oltre la semplice e condivisa ansia da prestazione.

Quando gli studenti si sentono a proprio agio nel contesto scolastico e non sono bloccati da alcuna forma di pregiudizio o barriera, sono più motivati nello studio, dimostrano più interesse verso la materia e nei momenti di difficoltà sono consapevoli di poter contare sull’appoggio dei compagni e dell’insegnante. Sarebbe utile che quest’ultimo non sottovalutasse le loro paure, ansie e turbamenti, ma si calasse nei loro panni e facesse capire, mediante l’utilizzo di materie come la letteratura, quanta normalità ci sia in quel loro stato emotivo, magari aiutandosi con un passo significativo.

Alessandro D’Avenia, insegnante di lettere e scrittore, ha tenuto una lezione sul tema del dolore, spiegando ai suoi allievi come il tormento, perfetto estraneo impertinente che si insinua tra le viscere, offra però l’opportunità di lavorare sulla propria interiorità e diventare persone migliori. Per rendere più chiaro questo concetto illustra il processo di formazione della perla, ossia come negli abissi marini l’ostrica aperta si chiuda improvvisamente a causa di un predatore agguerrito, il quale, attraverso il suo feroce passaggio, permette a un granello di sabbia di entrare. Quest’ultimo, nonostante sia fonte di fastidio, con il tempo viene lavorato e diventa una bellissima perla.

Tutto ciò parte dalla semplice lettura del passo dell’Odissea nel quale Ulisse, durante la permanenza dalla maga Circe e dopo la perdita di alcuni suoi compagni, si dispera presso una scogliera, sconsolato e nostalgico, privato dei suoi affetti. Nonostante ciò, anche lui riuscirà a elaborare la sua perla, quando tornato a Itaca ritroverà la moglie Penelope, fedele e devota, e il figlio Telemaco, diventato oramai adulto.

La testimonianza di D’Avenia conferma che sia proprio questo l’onere dell’insegnante: essere attento alle emozioni delle giovani menti che gli sono state affidate, accoglierle e far scorgere la perla in loro stessi e negli altri, affinché da giovani adolescenti diventino uomini di valore.

Rispondi